giovedì 30 luglio 2009

Tragedia umanitaria in Kenya: 3000 persone sgomberate in pieno inverno

La denuncia di Amnesty International.
di Domenico Condito

Immaginate che in una qualsiasi capitale europea, una mattina d’inverno, con un preavviso di sole 72 ore, una popolazione di 3000 abitanti sia costretta a sgomberare il proprio quartiere per la realizzazione di un raccordo stradale; e che il governo responsabile non si preoccupi neanche di fornire alloggi d’emergenza e assistenza umanitaria agli sfollati. La notizia farebbe immediatamente il giro del mondo; nel paese interessato scatterebbe la mobilitazione generale della società civile e i partiti d’opposizione cavalcherebbero la protesta; ferma e decisa giungerebbe la condanna della Comunità internazionale e persino la Santa Sede farebbe sentire la sua voce. Tutti solleciti a richiamare il governo in causa al rispetto dei diritti umani e a prestare soccorso alla popolazione ingiustamente colpita dalla violenza cieca dei “bulldozer”.
Ma una delle più grandi forme di barbarie dell’Occidente è quella di comportarsi come se i diritti umani fossero un privilegio esclusivo della società dell’opulenza e non un patrimonio irrinunciabile dell’umanità. Per cui ciò che risulta essere intollerabile in casa nostra viene accolto nella più generale indifferenza se solo si verifica nella parte povera del mondo, che è considerevolmente la più estesa e sofferente.
È ciò che sta avvenendo in questi giorni. Un comunicato di Amnesty International informa che “la scorsa settimana, con un preavviso di sole 72 ore, i residenti di Githogoro, un insediamento di Nairobi, in Kenya, sono stati costretti a lasciare spazio ai bulldozer. Lo sgombero sarebbe stato eseguito nell'ambito del progetto di un nuovo raccordo stradale, il Northern Bypass”.
Una popolazione di 3000 persone è esposta ora alla pioggia e al freddo invernale.
"Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati sgomberati senza adeguato preavviso o consultazione, durante la peggiore stagione climatica del Kenya" - ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. "Molte famiglie vivevano in quell'insediamento da quasi 50 anni e ora non hanno alternativa se non dormire tra le macerie delle proprie abitazioni".
La distruzione, nel corso dello sgombero, dei servizi igienici comunali ha aumentato il rischio di diffusione di infezioni tra i residenti.
"Le autorità del Kenya hanno il dovere di prendersi cura dei propri cittadini e devono garantire che le vittime di questo sgombero forzato abbiano accesso a un alloggio, all'acqua potabile e ad altri servizi essenziali. Il governo sta venendo meno ai propri obblighi rispetto alla normativa internazionale sugli sgomberi. Fino a quando sarà inadempiente, chiediamo che non proceda ad alcun altro sgombero forzato" - ha proseguito Khan.
Riferisce Amnesty International che “gli sgomberi forzati su vasta scala, eseguiti con modalità in contrasto con gli standard del diritto internazionale, sono una routine in Kenya, sin dalla nascita del primo insediamento abitativo precario. In un rapporto pubblicato a giugno, Amnesty International ha denunciato che fino a 127.000 abitanti di Nairobi rischiano di vedere demolite le proprie abitazioni a causa del progetto governativo di bonifica delle rive dell'omonimo fiume, che scorre nella capitale. Due milioni di persone, metà della popolazione di Nairobi, vivono in insediamenti abitativi precari”.
Nell'ambito della sua campagna globale "Io pretendo dignità", lanciata il 28 maggio 2009, Amnesty International chiede a tutti i governi di prendere ogni misura necessaria per proibire e impedire gli sgomberi forzati, tra cui l'emanazione di leggi e direttive in linea con gli standard del diritto internazionale.
Naturalmente i mezzi di comunicazione di massa non hanno dato grande risalto a questa tragedia umanitaria, non c’è stata alcuna mobilitazione generale della cosiddetta “società civile”, né è arrivata la condanna della Comunità internazionale. E la Santa Sede? Era impegnata a informarci, con dovizia di particolari, dell’infortunio occorso al Santo Padre durante la sua vacanza in Valle d’Aosta.
L’Occidente, dal ventre colmo d’impudicizia, ignora colpevolmente i derelitti del mondo e le loro tragedie. È più attento a “proteggere” il proprio benessere, responsabile in ampia parte della sofferenza dei poveri del pianeta. Ma nell’umanità globalizzata, scrive Milan Kundera, “non c’è possibilità di fuga, in nessun posto e per nessuno”. Qualunque cosa accada in un luogo avrà ricadute sul resto del mondo. Niente e nessuno sono più al sicuro, tanto meno la sfacciata opulenza dell’Occidente, alla quale presto o tardi le vittime dell’immane ingiustizia “globale” presenteranno il conto.

4 commenti:

Lelé Batita ha detto...

Ciao Domenico!
Anche in Pérola de Cultura ho lasciato un argomento sulla ragazza di Malasia chie è stata condanata per avere bevuto una birra in tempo di Ramadan.
L'Anistia Internazionale ha preso posizione di protesto su questa violenza.
Voi volete rimandare Berlusconi a casa, noi vogliamo mandare Sócrates e i suoi ministri...! :-)
Abbraccio.

Lelé Batita ha detto...

Correzione: non "chie" ma "chi".
Scusami.

Ana Tapadas ha detto...

Grande Domenico!

Argos ha detto...

Olá Domenico

Será sempre assim.
Sabes aquela frase que diz, "todos diferentes, todos iguais".?
Mentira, haverá sempre alguns "mais diferentes" que os outros (quer seja pela distância, cultura, rendimentos, deficiência, etc.) vivendo à margem da nossa sociedade hipócrita!

Abraço e obrigado por agitares consciências