giovedì 30 luglio 2009

Tragedia umanitaria in Kenya: 3000 persone sgomberate in pieno inverno

La denuncia di Amnesty International.
di Domenico Condito

Immaginate che in una qualsiasi capitale europea, una mattina d’inverno, con un preavviso di sole 72 ore, una popolazione di 3000 abitanti sia costretta a sgomberare il proprio quartiere per la realizzazione di un raccordo stradale; e che il governo responsabile non si preoccupi neanche di fornire alloggi d’emergenza e assistenza umanitaria agli sfollati. La notizia farebbe immediatamente il giro del mondo; nel paese interessato scatterebbe la mobilitazione generale della società civile e i partiti d’opposizione cavalcherebbero la protesta; ferma e decisa giungerebbe la condanna della Comunità internazionale e persino la Santa Sede farebbe sentire la sua voce. Tutti solleciti a richiamare il governo in causa al rispetto dei diritti umani e a prestare soccorso alla popolazione ingiustamente colpita dalla violenza cieca dei “bulldozer”.
Ma una delle più grandi forme di barbarie dell’Occidente è quella di comportarsi come se i diritti umani fossero un privilegio esclusivo della società dell’opulenza e non un patrimonio irrinunciabile dell’umanità. Per cui ciò che risulta essere intollerabile in casa nostra viene accolto nella più generale indifferenza se solo si verifica nella parte povera del mondo, che è considerevolmente la più estesa e sofferente.
È ciò che sta avvenendo in questi giorni. Un comunicato di Amnesty International informa che “la scorsa settimana, con un preavviso di sole 72 ore, i residenti di Githogoro, un insediamento di Nairobi, in Kenya, sono stati costretti a lasciare spazio ai bulldozer. Lo sgombero sarebbe stato eseguito nell'ambito del progetto di un nuovo raccordo stradale, il Northern Bypass”.
Una popolazione di 3000 persone è esposta ora alla pioggia e al freddo invernale.
"Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati sgomberati senza adeguato preavviso o consultazione, durante la peggiore stagione climatica del Kenya" - ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. "Molte famiglie vivevano in quell'insediamento da quasi 50 anni e ora non hanno alternativa se non dormire tra le macerie delle proprie abitazioni".
La distruzione, nel corso dello sgombero, dei servizi igienici comunali ha aumentato il rischio di diffusione di infezioni tra i residenti.
"Le autorità del Kenya hanno il dovere di prendersi cura dei propri cittadini e devono garantire che le vittime di questo sgombero forzato abbiano accesso a un alloggio, all'acqua potabile e ad altri servizi essenziali. Il governo sta venendo meno ai propri obblighi rispetto alla normativa internazionale sugli sgomberi. Fino a quando sarà inadempiente, chiediamo che non proceda ad alcun altro sgombero forzato" - ha proseguito Khan.
Riferisce Amnesty International che “gli sgomberi forzati su vasta scala, eseguiti con modalità in contrasto con gli standard del diritto internazionale, sono una routine in Kenya, sin dalla nascita del primo insediamento abitativo precario. In un rapporto pubblicato a giugno, Amnesty International ha denunciato che fino a 127.000 abitanti di Nairobi rischiano di vedere demolite le proprie abitazioni a causa del progetto governativo di bonifica delle rive dell'omonimo fiume, che scorre nella capitale. Due milioni di persone, metà della popolazione di Nairobi, vivono in insediamenti abitativi precari”.
Nell'ambito della sua campagna globale "Io pretendo dignità", lanciata il 28 maggio 2009, Amnesty International chiede a tutti i governi di prendere ogni misura necessaria per proibire e impedire gli sgomberi forzati, tra cui l'emanazione di leggi e direttive in linea con gli standard del diritto internazionale.
Naturalmente i mezzi di comunicazione di massa non hanno dato grande risalto a questa tragedia umanitaria, non c’è stata alcuna mobilitazione generale della cosiddetta “società civile”, né è arrivata la condanna della Comunità internazionale. E la Santa Sede? Era impegnata a informarci, con dovizia di particolari, dell’infortunio occorso al Santo Padre durante la sua vacanza in Valle d’Aosta.
L’Occidente, dal ventre colmo d’impudicizia, ignora colpevolmente i derelitti del mondo e le loro tragedie. È più attento a “proteggere” il proprio benessere, responsabile in ampia parte della sofferenza dei poveri del pianeta. Ma nell’umanità globalizzata, scrive Milan Kundera, “non c’è possibilità di fuga, in nessun posto e per nessuno”. Qualunque cosa accada in un luogo avrà ricadute sul resto del mondo. Niente e nessuno sono più al sicuro, tanto meno la sfacciata opulenza dell’Occidente, alla quale presto o tardi le vittime dell’immane ingiustizia “globale” presenteranno il conto.

mercoledì 29 luglio 2009

Migliaia di civili somali in fuga attraverso il Golfo di Aden

Il viaggio è molto pericoloso e si rischia la vita. Finora quest'anno si contano circa 300 morti o dispersi.


Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), gli scontri in atto a Mogadiscio e in Somalia centrale stanno costringendo migliaia di civili somali a rischiare la loro vita per attraversare il Golfo di Aden e cercare asilo in Yemen.
Dallo scorso 7 maggio circa 12.000 persone hanno raggiunto e trovato rifugio temporaneo nella città di Bossaso, nella Somalia settentrionale. La maggior parte di loro sta aspettando la prima occasione offerta dagli scafisti per affrontare il pericoloso viaggio attraverso il golfo. Questi sfollati fanno parte di un gruppo di circa 232.000 somali costretti a lasciare le loro case dal 7 maggio, quando in diversi quartieri della capitale somala sono divampati gli scontri tra i gruppi miliziani di Al-Shabaab e Hisb-ul-Islam e le forze governative.
Secondo quanto riferito dai partner dell’UNHCR a Bossaso, le aree dove si stabiliscono generalmente i potenziali migranti stanno diventando sempre più affollate e gli scafisti starebbero già ricevendo le prenotazioni e il denaro dai somali che vogliono recarsi in Yemen. Poiché il mare è già molto pericoloso a causa delle condizioni atmosferiche, è probabile che la maggior parte delle persone rimanga accampata a Bossaso e aspetti fino a settembre, quando i venti saranno più favorevoli.
Nel 2008 oltre 50.000 persone hanno raggiunto le coste dello Yemen – con un incremento del 70% rispetto al 2007. Questo trend è proseguito anche durante i primi sei mesi del 2009 con circa 30.000 nuovi arrivi – pari alla cifra totale del 2007. Il viaggio è molto pericoloso. Oltre 1.000 persone sono affogate nel 2008 perché gettate in mare o costrette a sbarcare troppo lontano dalla riva da scafisti senza scrupoli. Finora quest’anno sono circa 300 i morti o dispersi.
Il fenomeno dei viaggi della speranza aumenta il peso che grava sulle limitate risorse dello Yemen e pone ulteriori sfide al governo che cerca di conciliare i doveri posti dal diritto internazionale con la necessità di proteggere il paese dall’immigrazione illegale.
Quando i nuovi arrivati toccano le coste Yemenite, i partner dell’UNHCR li prelevano e li portano in uno dei centri di accoglienza dove vengono registrati e viene data loro assistenza di base, come cibo, alloggio, assistenza medica e supporto per 2-3 giorni, finché non si riprendono dal viaggio.
Il governo yemenita riconosce i somali come rifugiati prima facie. Ai rifugiati somali viene proposto di alloggiare nel campo di Kharaz, nel governatorato di Lahj, a circa due ore di guida a ovest di Aden. A Kharaz ricevono protezione legale e fisica e assistenza. Nel campo vivono circa 13.000 rifugiati, per lo più somali, ed è quasi del tutto gestito dall’UNHCR in cooperazione con altre agenzie ONU e con ONG locali e internazionali. Oltre alla popolazione del campo, ci sono decine di migliaia di rifugiati che hanno deciso di stabilirsi in aree urbane in tutto il Paese.

Fonte: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

martedì 28 luglio 2009

La prostituta Patrizia D'Addario rivela: "Berlusconi mi ha offerto una candidatura al Parlamento europeo"

La dichiarazione nell'intervista al settimanale francese Journal du Dimanche.
In uscita un libro della D'Addario.

Clamoroso! Il giornale portoghese Correio da Manhã riferisce dell’intervista rilasciata dalla prostituita Patrizia D’Addario al settimanale francese Journal du Dimanche. Nell’intervista la D’Addario ha dichiarato che, al termine d’una notte trascorsa con il presidente Berlusconi, questi le avrebbe offerto una candidatura al Parlamento europeo. La stessa ha rivelato d’aver rifiutato l’offerta, e che il premier le avrebbe promesso un aiuto a risolvere un problema relativo a una licenza edilizia. Promessa quest’ultima che, secondo la D’Addario, Berlusconi non avrebbe mantenuto.
Sempre nell’intervista al settimanale francese, la prostituta italiana ha dichiarato d'aver dismesso l’attività che l’ha resa famosa nel mondo, e che sta già lavorando alla stesura di un libro per raccontare tutto ciò che è intercorso fra lei e il presidente Berlusconi.

Forse che la D’Addario riuscirà nell’impresa dove i partiti dell’opposizione hanno miseramente fallito?

mercoledì 22 luglio 2009

C’era una volta “l’orgoglio italiano”, poi arrivò Silvio Berlusconi

Il premier italiano oggi all'inaugurazione del cantiere della Brebemi: "Qui ci sono tante belle figliole. Io non sono un santo, lo avete capito tutti: speriamo lo capiscano anche gli amici di Repubblica".
di Domenico Condito

Scriveva Corrado Alvaro che “non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù”. Può anche essere allora che il presidente Berlusconi, anche dopo l’ammissione di oggi, non perda il consenso della maggioranza degli italiani e continui a governare allegramente un paese ormai privo di senso etico e civile. Ma che egli possa rappresentare l’Italia all’Estero con onore è ormai una prospettiva priva di qualsiasi fondamento, e questo è certamente un grande danno per il paese. Ascoltatelo mentre spiega il G8 alla prostituta di turno, e poi chiedetevi cosa sia rimasto oggi dell’orgoglio italiano. Nel resto del Mondo la delegittimazione morale del premier "italico" è assoluta. Basta scorrere i giornali stranieri sul web, o fare un po’ di zapping sul satellite per rendersene conto. Eppure le parole pronunciate oggi dal premier all’inaugurazione della Brebemi hanno suscitato l’ilarità compiaciuta dei presenti. Fra quest’ultimi il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Particolarmente sboccata la sua risata, impietosamente sottolineata dalle telecamere. La triste metafora di un paese involgarito, un tempo a maggioranza cattolica, che ha svenduto fede, onore e dignità al “vitello d’oro” della Val Padana.

"UTOPIE DEL MONDO" RIPARTE

Nei giorni scorsi avevo comunicato la mia decisione di porre fine all’esperienza di Utopie del Mondo e dell’altro blog più longevo a esso correlato, Utopie calabresi. I motivi erano diversi e non tutti esplicitabili in questo spazio. Fra questi sicuramente la difficoltà di conciliare l’attività di blogger, diventata sempre più impegnativa, con il lavoro (dirigo una comunità di accoglienza residenziale per disabili), lo studio (vorrei portare a compimento gli studi di medicina), le mie ricerche storiche e, soprattutto, la famiglia, un progetto quest’ultimo “in pieno corso d’opera” e che voglio porre al centro della mia vita… Relativamente al blog calabro, registravo inoltre la difficoltà di “interagire” con la realtà calabrese, nonostante la mole e la qualità del lavoro fin qui svolto… Era stata una decisione ponderata e difficile, il risultato di una “crisi” profonda e sofferta.
In tanti mi hanno contattato per invitarmi a recedere. Emails, telefonate e qualche commento sui blog mi sono giunti da diversi Paesi (Brasile, Italia, Portogallo, Spagna). Addirittura la blogger portoghese Susete Evaristo ha dedicato un post alla chiusura di Utopie Calabresi e Utopie del Mondo, definendoli “blogues de referência da cultura Italiana e Portuguesa, lidos em todo o Mundo”. D’altronde, era stata proprio Susete a informarmi tempo addietro dell’attenzione riservata alla mia attività di blogger da Miguel Urbano Rodrigues, giornalista, scrittore, politico, uno dei principali riferimenti del Socialismo europeo.
Tutto ciò non era previsto e non poteva lasciarmi indifferente. Ho deciso pertanto di riprendere il cammino, ma con la “riserva” di verificare la sostenibilità dell’impresa, magari procedendo con un ritmo meno serrato più compatibile con le responsabilità e le esigenze della vita “reale”…
Nel frattempo, ringrazio di cuore tutti coloro che in questi giorni di silenzio mi hanno raggiunto con le loro preziose attestazioni di stima e amicizia. Un grande abbraccio a tutti loro!

Agora vamos continuar a luta!

Domenico Condito

sabato 18 luglio 2009

L'ultimo post di "Utopie del Mondo"


Utopie del Mondo
chiude,
seguendo le sorti di
Utopie Calabresi.
Ragioni d’ordine superiore
impongono una scelta dolorosa ma giusta.
Il lavoro appena cominciato rimarrà in questo spazio
a testimonianza di un sogno,
che forse un giorno rivivrà
in altri luoghi,
sotto altre forme.
Le “utopie” non muoiono mai…
Un ultimo post per salutare e ringraziare
coloro che mi hanno seguito e sostenuto
in questo breve percorso.

GRAZIE!

Domenico Condito

giovedì 16 luglio 2009

L’Italia viola i diritti umani e le norme internazionali con la complicità della Libia

L’accusa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il monito della Comunità Europea.
di Domenico Condito

In una nazione in cui l’approvazione delle “leggi razziali” viene spacciata per un provvedimento a favore della sicurezza dei cittadini, può succedere che il governo venga accusato di violare i diritti umani con la complicità di un paese straniero, senza che ciò susciti l’indignazione generale della società civile; e che la negazione della dignità umana, la più grande ignominia dell’era moderna, non venga più riconosciuta come tale. Succede quando la barbarie oscura la coscienza di un popolo, fino a rendersi irriconoscibile, mentre ne distrugge in profondità la capacità di discernimento. E’ il preludio delle più grandi catastrofi della storia, ciò che può trasformare un grande popolo in un mostro d’abiezione. È già successo nel cuore dell’Europa cristiana. Nella Germania di Hitler, come nell’Italia fascista, dove furono in tanti, troppi, a sostenere i crimini più orrendi contro l’umanità, le perversioni più atroci di regimi dispotici e sanguinari.
Essere all’inferno, far parte dell’orrore e non riconoscerlo. Credo che l’Italia sia già precipitata in questo girone dell’oblio, della non-conoscenza, dell’annichilimento etico e civile.
Gli indicatori dominanti di questo morbo oscuro della coscienza collettiva sono la negazione dei diritti universali, l’annullamento della dignità umana, il disprezzo della vita dei propri simili. Sono i disvalori che hanno ispirato le “leggi razziali” approvate di recente dal Parlamento italiano con l’intento di “cancellare” il problema dell’immigrazione clandestina. La sottocultura di una politica xenofoba responsabile della gravissima violazione dei diritti umani e delle leggi internazionali attuata oggi con la complicità del governo libico, riconosciuto come uno dei regimi più detestabili esistenti oggi al mondo.
L’accusa gravissima è dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che, leggiamo in una nota ufficiale, “in Libia ha svolto dei colloqui con le 82 persone che erano state intercettate mercoledì 1 luglio dalla Marina Militare italiana a circa 30 miglia da Lampedusa e trasferite poi su una motovedetta libica per essere ricondotte in Libia. In base a quanto riportato durante i colloqui, non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte né tantomeno le motivazioni che le hanno spinto a fuggire dai propri paesi”.
“Una volta in Libia – continua il comunicato - il gruppo è stato smistato in centri di detenzione dove l’UNHCR ha avuto l’opportunità di svolgere gli incontri. Fra di loro vi sono 76 cittadini eritrei, di cui 9 donne e almeno 6 bambini. Sulla base delle valutazioni dell’UNHCR relative alla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, appare chiaro che un numero significativo di esse risulta essere bisognoso di protezione internazionale”.
“Nel corso dei colloqui – si legge ancora nella nota - l’UNHCR ha raccolto testimonianze riguardo l’uso della forza da parte dei militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. In base a queste testimonianze sei eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche in seguito ai maltrattamenti. Inoltre, gli stessi individui affermano che i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza, sarebbero stati confiscati dai militari italiani durante le operazioni e non più riconsegnati. Le persone ascoltate dall’UNHCR hanno riferito di aver trascorso quattro giorni in mare prima di essere intercettate e di non aver ricevuto cibo dai militari durante l’operazione durata circa 12 ore”.
La gravità di quanto accertato ha indotto l’UNHCR a inviare una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti sul trattamento riservato alle persone respinte in Libia. L’Alto Commissariato ha richiesto inoltre il rispetto della normativa internazionale da parte delle autorità italiane.
“Negli anni passati – dichiara l’UNHCR - l’Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo, fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall’inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia, nel tentativo di raggiungere l’Italia. L’UNHCR ha espresso forte preoccupazione sull’impatto di questa nuova politica che, in assenza di adeguate garanzie, impedisce l’accesso all’asilo e mina il principio internazionale del non-respingimento (non-refoulement)".
Anche la Commissione europea ha chiesto all'Italia chiarimenti sui respingimenti, e da Bruxelles arriva il monito del vicepresidente Jacques Barrot: “vanno rispettate non solo le norme Ue, ma anche quelle internazionali". Anche perché, ha specificato il suo portavoce, "il principio del non respingimento è scritto nel diritto internazionale. Non si possono respingere persone in Paesi dove rischiano di essere torturate o maltrattate".
“La nuova pratica del respingimento - ha affermato Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto commissariato Onu, "mette in seria discussione il diritto di asilo" e l'Italia che è sempre stata "in prima fila nel salvare vite umane" oggi viene meno al suo ruolo.
Ce n’è abbastanza per sostenere che l’attuale governo italiano è responsabile del grave declino della cultura dei diritti umani nel nostro paese, al punto da meritare il biasimo e il richiamo della Comunità internazionale. Una prospettiva inimmaginabile fino a pochi anni fa, una condizione che non è degna di un paese civile. Ma la “civiltà” non è fra le priorità del governo italiano, a cui stanno più a cuore le vicende giudiziarie del premier che non le sorti degli esseri umani “respinti” verso l’orrore, la fame, la tortura, la morte.
L’Italia, un tempo faro di umanità e solidarietà, diventa così l’ignominia d’Europa, la notte fonda dei diritti umani in Occidente, uno "sputo in faccia" ai poveri del mondo.

mercoledì 15 luglio 2009

Z.Bauman, Modus vivendi. Inferno e Utopia del mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2007

Recensione di Severo Cardone
RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM

Oscar Wilde scrisse che “una carta geografica del mondo che non comprenda Utopia non merita neanche uno sguardo, giacchè lascia fuori l’unico paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando l’umanità vi arriva guarda altrove, e scorgendo un paese migliore, alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle Utopie”. Lo stesso Italo Calvino, nelle “Città Invisibili”, attraverso le parole che Marco Polo rivolge al Gran Kan, ci fornisce una delle definizioni più calzanti sul fine “prefigurativo” e “progettuale” che caratterizza il pensiero utopico: “se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”. E’ facile scorgere tra queste parole una visione dell’Utopia come “viaggio senza fine”, che ha consentito all’uomo della modernità di esplorare e colonizzare il futuro, rendendolo più prevedibile e meno rischioso, proiettandosi verso luoghi e mondi sempre nuovi e diversi. Per realizzare questa finalità l’Utopia si è sempre mossa all’interno di una duplice dimensione: progettuale, il viaggio “ideale” che, partendo dall’osservazione critica della realtà esistente, deve condurre l’uomo a prefigurare mondi migliori, terre “inesplorate” perché visitate dal suo pensiero ma non ancora scoperte; trasformativa, il viaggio “concreto” che deve consentirgli di raggiungere le mete prefigurate, consentendo alla “teoria” progettuale di tradursi in “prassi” operativa finalizzata al cambiamento della realtà.
Nel suo ultimo lavoro Zygmunt Bauman (nella foto in alto) prende spunto da un suo saggio, presentato nel 2005 con il titolo “Living in Utopia”, per descriverci come alcuni “orientamenti” caratterizzanti la transizione dalla modernità solida a quella liquida – l’affermazione dell’era dell’incertezza e dell’insicurezza, la liquefazione dei legami sociali, la precarietà del lavoro, la paura sociale, il processo di individualizzazione della società - siano così interconnessi e pervasivi a livello globale da condizionare e modificare non solo il “modus vivendi” degli abitanti della “post-modernità”, ma anche le finalità e il significato del sogno utopistico che ha caratterizzato la modernità.
Affrontare il tema dell’Utopia significa, pertanto, ripercorrere inevitabilmente la storia del progresso e dell’uomo moderno, dei suoi sogni e dei suoi successi ma anche delle sue illusioni e dei suoi fallimenti. Vuol dire “testare” lo stato di salute di quel “motore ideale” che ha spinto l’uomo e la sua ragione a oltrepassare continuamente i propri limiti e le proprie certezze nel tentativo di immaginare il possibile cambiamento dell’esistente e raggiungere mondi migliori di quelli che viveva, o che probabilmente gli sembravano più affidabili e sicuri.
Se l’atteggiamento dell’uomo premoderno era simile a quello di un “guardacaccia”, orientato a “fare meno danni possibili” per preservare l’equilibrio naturale e divino del mondo dall’ingerenza umana, con l’avvento della modernità e la convinzione che il mondo non stesse funzionando a dovere, il guardacaccia ha deciso di indossare i panni del “giardiniere” sempre pronto a “curare” il mondo dai suoi mali, “potando” i rami secchi, estirpando le erbacce e annaffiando quelle piante che, secondo il suo modo di ragionare, gli sembravano in grado di abbellire e migliorare il mondo.
Bauman partendo dalla considerazione che le utopie sono nate con l’avvento della modernità e solo nella modernità, con le sue contraddizioni, hanno potuto sopravvivere, considera “i giardinieri i più appassionati ed esperti fabbricanti di utopie” della storia, ma ritiene anche che il progresso è stato una “caccia” alle moderne utopie e non la loro realizzazione, più una fuga per allontanarsi “dal meno bello del previsto”, da utopie fallimentari, che realizzazioni di quei mondi “perfetti” che l’uomo ha sempre sognato e che lo hanno spinto a “sedersi al tavolo da disegno” della modernità.
Tuttavia l’incertezza e l’insicurezza “endemiche” che forgiano la “modernità liquida” e che orientano costantemente le scelte di vita dei suoi abitanti, sembrano aver trasformato il “pensiero utopico” della modernità, in grado di dilatare le maglie strette della realtà, in un “pensiero adattivo”, rigido e dogmatico, che accettando l’imprevedibilità, il rischio e la paura come nuovi paradigmi o “certezze” esistenziali, sembra aver smarrito definitivamente la sua peculiare capacità di trasformazione dell’esistente. Una visione della realtà così claustrofobica, capace di intrappolare lo slancio utopistico nelle “sabbie mobili” della quotidianità e del pensiero omologante, non è in grado di consentire allo stesso di “traghettare” l’umanità verso orizzonti migliori di quelli attuali, ma semplicemente di garantire al singolo individuo di non annegare nella fluidità e quindi di sopravvivere.
Nella “modernità fluida”, il termine Utopia sembra aver cancellato la sua accezione positiva di eutopia, di “buon luogo”, di orizzonte del “non ancora” verso cui l’umanità deve volgere con costanza il proprio sguardo critico, progettuale e trasformativo, per accettare silenziosamente la sua dimensione più oscura e negativa di outopia, di luogo chimerico, irraggiungibile, di “luogo che non c’è”. Ed ecco che il “giardiniere” si è trasformato in “cacciatore” di prede, pronto a uccidere per diletto o per svago, ad indossare vestiti “mimetici” e “maschere” sempre alla moda pur di allontanare dalla propria vita ogni preoccupazione, ogni responsabilità e ogni coinvolgimento emotivo. La meta di quest’utopia “individualizzata”, non è spazialmente e temporalmente distante e né rivoluzionaria, non conferisce nessun senso o significato “comunitario” al percorso esistenziale, si tratta di una versione “privatizzata”, meramente “funzionale” a quella forma di darwinismo sociale che regola la moderna “società degli individui”.“Vivere un’utopia anziché vivere in direzione di un’utopia” potrebbe essere il motto propagandistico dei “cacciatori” della post-modernità. Vivere da protagonisti un’utopia immortale e senza fine, in grado di distrarre l’individuo dalle sue paure e infelicità quotidiane, così adrenalinica, accattivante e narcotizzante da impedirgli ogni possibile riflessione esistenziale.
Siamo di fronte alla fine dell’utopia?
Secondo Bauman il quesito presenta una duplice risposta: affermativa, se paragoniamo l’utopia dei cacciatori alle nobili finalità “comunitarie” delle teorie utopistiche dei giardinieri; negativa, se la “nuova” versione “privatizzata” dell’utopia non intende prefigurare nessun mondo migliore, nessuna meta comune, ma solo una soluzione a problematiche “individuali” in grado di rendere “l’incertezza meno terribile e la felicità più permanente”. Se, infatti, nella modernità dei “giardinieri” l’utopia ha rappresentato sia il “sestante” indispensabile per tracciare nuove rotte e sia la “nave” insostituibile mezzo di trasporto per solcare i mari ignoti e approdare verso mondi inesplorati; nella “modernità liquida” il giardiniere ha deposto gli arnesi da lavoro rinunciando al sogno “collettivo” di raggiungere un mondo perfetto, per orientare il suo sguardo e i suoi sforzi verso un obiettivo meno ambizioso e meno orientato al futuro, più “individuale” e “pratico”: consentire al “cacciatore” di sopravvivere nel “presente”, di “rimanere a galla”, evitando le continue e imprevedibili tempeste che lo circondano quotidianamente.
E’ difficile valutare se la terra in cui siamo approdati sia più vicina alla repubblica di Utopia o a Enoch, alla Città del Sole o forse a Babilonia e se quindi la modernità dei “cacciatori” sia più o meno simile all’”inferno dei viventi” descritto da Calvino nelle ultime pagine delle “Città Invisibili”. Tra i tanti dilemmi di cui sembra circondarsi la post-modernità, emerge chiara una certezza: saranno in molti ad “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”, come, per chi cercherà di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, sarà molto dura resistere al potere pervasivo e persuasivo della “liquidità”, ma forse l’utopia del futuro consisterà propria in questa ricerca, prefigurando nuovi possibili scenari sempre più “solidi” e “stabili”.

domenica 12 luglio 2009

La barbarie iraniana: eseguite altre tre impiccagioni

Oggi, nella città di Arak, situata nella regione centrale dell’Iran, sono state eseguite tre condanne a morte per impiccagione. Due dei condannati erano stati riconosciuti colpevoli di traffico di ingenti quantitativi di oppio, e il terzo di 1,5 chilogrammi di eroina. L’esecuzione è avvenuta in pubblico, come avviene solitamente in quel paese. Solo lo scorso 4 luglio altri venti persone, anch’esse condannate per traffico di droga, erano state impiccate in una sola mattinata nel penitenziario Rajai Shahr, nella localita' di Karaj, ad una cinquantina di chilometri a ovest di Teheran.
Secondo Amnesty International sono 346 le esecuzioni capitali avvenute lo scorso anno in Iran.

Fermiamo la barbarie

"La secessione del Nord Italia rimane l'obiettivo principale della Lega"

di Domenico Condito

Il progetto di secessione delle regioni settentrionali rimane, a mio avviso, l’obiettivo a lungo termine della Lega Nord, nonostante le ritrattazioni ufficiali degli ultimi anni. Il disegno di smembramento dell’unità nazionale è stato accantonato solo apparentemente per puro calcolo strategico. In realtà, si vanno gettando le basi per creare uno Stato nello Stato, che prima o poi potrebbe cedere alla tentazione di realizzare il grande strappo.
"Dopo il federalismo, vogliamo giudici padani per una giustizia padana", ha detto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, alla festa del Carroccio di Trescore Cremasco (Cremona).
"A casa nostra comandiamo noi, poi possiamo aiutare gli altri. Grazie al federalismo fiscale, niente sarà come prima", ha aggiunto.
"I nostri futuri obiettivi - ha ribadito Bossi - sono la scuola e la magistratura padane. Basta giudici nominati da Roma".
Fisco, scuola, magistratura e… ronde padane! Si possono ancora nutrire dubbi sulle intenzioni reali della Lega Nord e del volgar Senatur Padano?

sabato 11 luglio 2009

Lega Nord, la volgarità al potere

Ovvero, il declino della “civiltà italiana”.
di Domenico Condito

L’Italia vive come in esilio, lontano dal suo vero “luogo”, dove la civiltà del Rinascimento aveva indicato al mondo l’orizzonte della modernità. Un paese ormai inconoscibile, scriverebbe ancora Anna Maria Ortese, in cui la degradazione è la dea del momento. Un patrimonio millenario di convenzioni e memoria delle convenzioni, di lingua e linguaggio del passato, mandato al macero, immolato alla dea della separazione, del distacco, dell’inconoscibilità.
Viviamo ormai in un paese estraneo, senza averne neppure la consapevolezza. Un po’ per mancanza di senso critico; forse anche per la grandezza della catastrofe. È il declino della “civiltà italiana”, e “ogni civiltà stremata – scriveva E. M. Cioran – aspetta il suo barbaro, e ogni barbaro aspetta il suo demone”. Ed eccoli i nuovi barbari, giunti dal profondo nord, fare razzia di memoria, simboli, identità, i “luoghi dell’anima” sui quali avevamo costruito nei secoli il senso fondante d’una identità comune.
La Lega Nord è tutto questo. Il disprezzo dell’italianità, l’orrore della memoria nazionale, la disgregazione del paese sono le ragioni fondanti della sua storia politica. E la secessione geografica, solo momentaneamente accantonata per puro calcolo strategico, è perseguita in realtà attraverso un’ampia e sistematica destrutturazione dei “simboli” comuni. Primi fra tutti, la lingua e il linguaggio. Scriveva Anna Maria Ortese: “Lingua e linguaggio; e memoria di lingua e linguaggio del passato; e degli affetti, i pensieri, i dolori delle passate generazioni, altro non sono lo sappiamo, che identità di nazione. Dunque libertà nazionale. E comincia con l’imposizione di un linguaggio, oppure, al contrario, con la distruzione sistematica del linguaggio originale di un paese – su cui si voglia agire in profondità; comincia con questa aratura imponente del suolo umano qualsiasi seria operazione di colonizzazione”.
In Italia si parlava una lingua alta. Il pensiero che in essa è nato ha aperto l’era moderna, e ad esso il mondo occidentale deve lo stesso concetto di “civiltà”. L’irruzione della Lega Nord sulla scena nazionale ne ha distrutto la grammatica, frammentato la sintassi, disperso il pensiero; i barbari, appunto, la tardiva progenie dell’oscurantismo medievale in Val Padana. E la distruzione e la disintegrazione della sintassi di un popolo ne segnano inevitabilmente il declino, la ricollocazione in una dimensione primigenia, l’esilio dalla modernità.
Il dileggio del tricolore, l’esposizione minacciosa del cappio in Parlamento, le invettive sprezzanti contro gli extracomunitari, la minaccia del ricorso ai fucili per la risoluzione delle controversie politiche, fino all’ultima pietosa esternazione canora del leghista Matteo Salvini contro i napoletani, sono tutte cadute del linguaggio a livello di gergo, intimidazione, beffa, cinismo. Degradazione della forma, ma anche naufragio del pensiero. Il tradimento di quell’idea di “civilta” alla quale abbiamo ancorato la nostra storia, ma dalla quale oggi siamo irrimediabilmente esclusi dalla barbarie leghista, volgarità al potere.

mercoledì 8 luglio 2009

Berlusconi, Homo ridens: la dimensione tragi-comica dell'esperienza umana

Fu vera evoluzione?

SCUOLA DI GOLPE A CURA DEGLI USA

di Michele Paris - Altrenotizie

Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate honduregne, Romeo Vásquez Velásquez, al centro della disputa che ha condotto al colpo di stato nei confronti del deposto presidente Manuel Zelaya, condivide con una folta schiera di golpisti, dittatori e torturatori centro e sudamericani un periodo di addestramento militare presso la famigerata “School of the Americas” (SOA) in territorio statunitense. Ribattezzata nel 2001 “Western Hemisphere Institute for Security Cooperation” (WHINSEC), la struttura del Dipartimento della Difesa americano dal 1984 trasferita da Panama a Fort Benning, in Georgia, ha formato nell’ultimo mezzo secolo oltre 60 mila membri di polizie ed eserciti latinoamericani, molti dei quali coinvolti in colpi di stato e violazioni dei diritti umani nei propri paesi di origine. Fondamentalmente, la scuola di Panama servì ad addestrare gli sherpa militari latinoamericani che, all’obbedienza dovuta a Washington, avrebbero sacrificato gli interessi dei propri paesi.
Istituita nel 1946 a Panama presso la base militare americana di Fort Gulick, agli albori della Guerra Fredda, la SOA fu costretta a traslocare a metà degli anni Ottanta in seguito alla firma del Trattato del Canale tra i due paesi. La scuola militare statunitense per decenni ha insegnato, tra l’altro, tecniche di anti-guerriglia, tattiche di interrogatorio con metodi di tortura e guerra psicologica frequentemente applicate ad operazioni di più o meno vasta scala contro le popolazioni civili nel quadro di molti degli episodi più sanguinosi della storia recente dell’America Latina. Lo stesso ex presidente panamense Jorge Enrique Illueca ebbe a definirla la “più grande base deputata alla destabilizzazione dell’America Latina”.
Gli insegnamenti militari tenuti per le istituzioni delle Forze Armate statunitensi venivano inizialmente tradotti in lingua spagnola a beneficio di ufficiali provenienti da ogni parte del continente. Dal 1963, in seguito anche all’evoluzione politica in molti paesi dell’America Latina, venne introdotto un corso specifico di “contro-insurrezione” che prevedeva insegnamenti di intelligence e polizia militare. Nel 1996 il Pentagono rese pubblici alcuni documenti che rivelavano come i servizi segreti militari avessero utilizzato per la formazione degli studenti della SOA una serie di manuali di addestramento contenenti indicazioni per mettere in atto esecuzioni, torture, ricatti ed altre forme di coercizione nelle operazioni di anti-guerriglia.
Redatti in seguito alle esperienze della guerra in Vietnam, i manuali vennero vietati dal presidente Carter nel 1976, per essere poi introdotti nuovamente nei programmi di insegnamento da Ronald Reagan nel 1982. In seguito ad un’indagine del Dipartimento della Difesa nel 1992, venne stabilito infine che i manuali erano stati erroneamente introdotti tra le letture supplementari degli studenti ma mai effettivamente utilizzati nelle classi.
Secondo il sito ufficiale della WHINSEC, al migliaio di studenti che annualmente vengono formati a Fort Benning, la scuola militare provvede oggi alla “educazione professionale e all’addestramento di personale idoneo proveniente dai paesi dell’emisfero occidentale, nel contesto dei principi democratici stabiliti dalla carta dell’Organizzazione delle Americhe”. La missione della scuola sarebbe inoltre quella di “promuovere la conoscenza reciproca, la trasparenza e la cooperazione tramite l’avanzamento dei valori democratici, il rispetto dei diritti umani e la conoscenza degli usi e delle tradizioni degli Stati Uniti d’America”. Ogni corso prevederebbe attualmente anche lezioni obbligatorie di democrazia e diritti umani.
La presenza del generale Vásquez Velásquez alla SOA, secondo l’organizzazione no-profit “School of the Americas Watch”, è documentata in due occasioni: nel 1976 e nel 1984, periodi durante i quali erano in uso i manuali dell’intelligence militare. Oltre al capo di stato maggiore, almeno un altro militare di spicco protagonista nel golpe ai danni di Zelaya ha frequentato la Scuola delle Americhe: il numero uno dell’aeronautica, generale Luis Javier Prince Suazo (1996). Due dittatori honduregni d’altra parte erano già passati dalla SOA: Juan Alberto Melgar Castro (1962), al potere dal 1975 al 1978, e il suo successore Policarpo Paz Garcia (1959) che intensificò la repressione degli oppositori tra il 1978 e il 1982 tramite le azioni del Battaglione 3-16, squadra della morte paramilitare addestrata e appoggiata dalla CIA agli ordini dell’allora ambasciatore Usa in Honduras, John Negroponte, passato poi con Bush a proconsole in Iraq e, infine, a coordinatore di tutta l’intelligence Usa.
Sarebbero più di una decina i dittatori latinoamericani prodotti nella seconda metà del secolo scorso dalla School of the Americas e migliaia di altri militari coinvolti in crimini e massacri di ogni genere. Tra i più famosi vi sono i dittatori panamensi Manuel Noriega, al potere tra il 1983 e il 1989; Roberto d’Aubuisson, organizzatore degli squadroni della morte in El Salvador dal 1978 al 1992; i dittatori argentini Roberto Eduardo Viola e Leopoldo Galtieri, succedutisi alla presidenza tra il 1981 e il 1982; Hugo Banzer Suárez, dittatore e presidente boliviano, rispettivamente tra il 1971 e il 1978 e tra il 1997 e il 2001, e il generale cileno Raúl Iturriaga, vice-direttore della DINA, la polizia segreta di Pinochet.
Nel fallito colpo di stato dell’aprile 2002 contro Hugo Chávez in Venezuela, facevano parte del gruppo dei golpisti almeno due militari addestrati alla SOA: Efrain Vásquez Velasco e il generale Ramirez Poveda. Complessivamente - e non a caso - è però il più stretto alleato degli Stati Uniti in America Latina, la Colombia, ad aver mandato il maggior numero di propri soldati alla School of the Americas e, forse ugualmente non a caso, è anche il paese che negli ultimi anni ha il primato negativo di violazioni dei diritti umani in tutta l’America Latina.
In seguito ai recenti cambiamenti politici avvenuti nel continente, si sono però moltiplicate anche le voci critiche nei confronti della SOA. Nel 2004 il Venezuela ha annunciato infatti la cessazione dell’invio di proprio personale militare alla WHINSEC. Due anni dopo, il presidente argentino Nestor Kirchner ha preso una simile iniziativa relativamente al suo paese, seguito dal governo dell’Uruguay e da quello boliviano di Evo Morales nel febbraio 2008. Anche in patria, la ormai ex School of the Americas continua a dover fronteggiare censure, tanto che qualche giorno fa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un provvedimento promosso da alcuni deputati democratici che chiede alla WHINSEC la pubblicazione di nomi e dati di tutti gli studenti e gli istruttori passati attraverso le proprie aule nel corso degli anni.

martedì 7 luglio 2009

Lettera aperta al card. Angelo Bagnasco dopo l'approvazione del "pacchetto sicurezza"

di Domenico Condito

I Poveri del mondo recano con sé l’Indignazione di Dio

Eminenza,
sono un cattolico italiano e in quanto tale appartengo a una minoranza. Credo, infatti, che la supposta prevalenza dei cattolici in Italia non vada oltre l’adesione formale alle Istituzioni ecclesiastiche, e che il dato statistico non sia affatto sostenuto da una forte e coerente azione degli stessi nella società civile. Cresce, invece, la collusione dei cattolici italiani con un “sistema di disvalori”, veicolato da un impero mediatico unico al mondo, che sta destrutturando la coscienza etica e civile del Paese. Mi riferisco, Eminenza, al “berlusconismo”, il più potente fenomeno anti-cattolico prodotto in Italia negli ultimi cento anni, il principale responsabile, a mio avviso, del declino etico e civile in atto nel nostro Paese.
Sicuramente il presidente Berlusconi ne è la rappresentazione più emblematica, ma si tratta di un fenomeno molto vasto e profondo. Ciò che inizialmente era solo una strategia di marketing, si è trasformato gradatamente in un fenomeno di “tendenza”, per poi sfociare in un ampio progetto politico che sta cambiando i connotati del Paese.
Oggi nella pratica della vita individuale e sociale il “berlusconismo” e tutto il suo “ciarpame” mediatico prevalgono addirittura sugli orientamenti della stessa Chiesa cattolica, non più principale riferimento morale e culturale degli italiani.
Le lusinghe del potere berlusconiano, il relativismo etico su cui si fonda, l’edonismo ammiccante che diffonde ogni giorno nelle case degli italiani corrompono e disorientano le coscienze. Una devastazione etica e culturale che finirà per svuotare le chiese italiane, più di quanto non abbia fatto il comunismo reale nei paesi dell’Est europeo. Persino la Conferenza Episcopale Italiana, che ha sempre rivendicato il diritto d’intervenire nella vita pubblica italiana per la difesa dei valori morali, sembra incapace di assumere una posizione netta e univoca rispetto alla deriva berlusconiana, finendo per colludere con essa.

Oggi l’Italia appare devastata da una crisi morale senza precedenti, è in corso una preoccupante svolta autoritaria e, in cambio di qualche legge ad personam, l’onore e la dignità del Paese sono stati svenduti alla politica xenofoba e disgregatrice del volgar Senatur Padano.

La recente approvazione del “Pacchetto Sicurezza” rappresenta nel modo più emblematico il generale degrado etico e civile in atto oggi in Italia. Si tratta di uno dei provvedimenti legislativi più disumani e anti-evangelici dell’Italia repubblicana, paragonabile alla barbarie delle leggi razziali emanate dal regime fascista. I provvedimenti discriminatori verso gli immigrati, lesivi della loro dignità di esseri umani, segnano un grave arretramento della civiltà di questo Paese, un tempo faro di umanità e solidarietà.

Fino ad oggi vigeva in Italia il DIVIETO PER I MEDICI DI DENUNCIARE I CLANDESTINI che si rivolgono alle strutture sanitarie perché bisognosi di cure. Questa norma ispirata ad alti principi etici e deontologici è stata cancellata, nonostante il parere contrario della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri, che aveva sottolineato il pericolo insito nella possibilità di denuncia, «che creerà percorsi clandestini di cura, sottraendo al controllo della sanità pubblica le patologie diffusive emergenti che rappresentano un grave pericolo per ogni individuo e per la società tutta e che oggi sono monitorate e controllate». Per questi motivi i medici e gli odontoiatri italiani si erano appellati al Parlamento con un fermo richiamo alle superiori esigenze di tutela della salute oltre che agli imprescindibili principi di solidarietà, patrimonio storico della nostra nazione. Per non parlare degli altri provvedimenti discriminatori verso gli immigrati, denunciati da un comunicato diffuso in Calabria dai Padri Comboniani nell’ultima Giornata Mondiale del Rifugiato: “l’ingresso ed il soggiorno irregolare diventeranno reato, chi è senza permesso di soggiorno rischierà la denuncia del medico curante, non potrà riconoscere un figlio, sposarsi, inviare i soldi ai familiari nei paesi di origine, sarà ostacolato il rinnovo del permesso di soggiorno, sarà più difficile ottenere la residenza, verrà limitato il ricongiungimento familiare, i minori che vanno a scuola potranno essere denunciati da presidi e professori. Tutto ciò cosa c’entra con la sicurezza? Ciò favorirà la criminalizzazione degli immigrati, richiederà ingenti fondi economici a soli scopi repressivi, provocherà l’esclusione sociale dei migranti, non sarà utile al contrasto della criminalità o al sentimento diffuso di insicurezza”.

Com’è potuto accadere tutto ciò in un Paese a “supposta” maggioranza cattolica? E, soprattutto, perché la Conferenza Episcopale Italiana non è intervenuta con la consueta autorevolezza morale per denunciare “con voce unanime” i provvedimenti infami che il Parlamento italiano andava approvando? Eppure, negli ultimi anni, con incedere sempre più fermo e vigoroso, Voi, Vescovi italiani, non avevate mai perso occasione per intervenire con forza nella vita pubblica del Paese. Forse che la tutela della scuola privata vale più della dignità umana e della vita dei "Poveri del mondo" che giungono nel nostro Paese? Credo, Eminenza, che il Vostro senso dell’opportunismo politico, altrimenti detta “collusione”, abbia salvaguardato i rapporti d’amicizia col Governo, ma ciò ha senz’altro compromesso la vostra credibilità e autorevolezza nel Paese, rendendovi complici di un CRIMINE CONTRO L’UOMO E CONTRO DIO.

Appartengo a quella “minoranza” di cattolici impegnati nel sociale, che non vogliono rinunciare a essere “pietra di scandalo” e “presenza profetica” nel segno della speranza del Vangelo, ma che oggi si sentono come un gregge senza Pastore, traditi nelle loro aspirazioni più profonde. Voi, Vescovi italiani, siete i principali responsabili di questo grave scollamento che non fa bene alla Chiesa, né al Paese.

Eppure le sorti dei migranti vi dovrebbero stare particolarmente a cuore. Nel loro dramma rivive la storia che segnò le origini del cristianesimo. I primi clandestini e rifugiati politici dell’era cristiana furono Gesù, Giuseppe e Maria, riparati nottetempo in Egitto per sfuggire a un regime dispotico e sanguinario che ne avrebbe decretato la morte. La loro peregrinazione continua oggi a fianco dei "Poveri del mondo" che bussano alle nostre porte e recano con sé l’Indignazione di Dio.

“Ma – scriveva Léon Bloy - non c’è nessun rifugio per l’Indignazione di Dio. Che è un fanciulla stravolta e affamata a cui vengono chiuse tutte le porte, un’autentica figlia del deserto che nessuno conosce. I leoni tra i quali è stata partorita sono morti, uccisi a tradimento dalla carestia e dai parassiti. Si è inginocchiata davanti a tutte le soglie, supplicando che l’ospitassero, ma nessuno ha avuto pietà dell’Indignazione di Dio.
Però è bella, ma non la si può sedurre ed è instancabile, e fa così paura che la terra trema al suo passaggio. L’Indignazione di Dio è cenciosa e non ha quasi nulla per coprire la propria nudità. Va a piedi nudi, è tutta insanguinata e da settantatré anni – è terribile – non ha più lacrime! I suoi occhi sono nere voragini e la sua bocca è muta. Se incontra un prete, si fa più pallida e più silenziosa, perché i preti la condannano, trovandola mal vestita, eccessiva e poco caritatevole. Sa benissimo che è ormai tutto inutile! Talvolta ha preso dei bambinetti fra le braccia per offrirli al mondo, e il mondo ha gettato questi suoi innocenti nell’immondizia, dicendole:
«Sei troppo libera per piacermi! Ho leggi, gendarmi, uscieri, proprietari! Diventerai una donna sottomessa e pagherai l’affitto».
«La scadenza è vicina e pagherò tutto» ha risposto l’Indignazione di Dio”.

Sì, Eminenza, presto o tardi, quel giorno arriverà. Il "Desiderio dei poveri" vi condannerà e la loro accusa sarà terribile.

Distinti saluti
Domenico Condito
Responsabile di una Comunità Socio Sanitaria
per persone con disabilità

venerdì 3 luglio 2009

Berlusconi e l'usurpazione del "potere di parola"

di Domenico Condito

“Nei segni in cui voi formate le parole sono racchiuse le grandi forze e le potenze che fanno girare il mondo, - insegnò al sommo rabbino. – E sappi che tutto ciò che sulla terra viene formato in parole, lascia le sue tracce nel mondo superiore. Alef, il primo dei segni, reca in sé la verità. Beth, il secondo, la grandezza (…). Ma l’ultimo nella schiera dei segni è il più sublime. È il taph con cui il sabato finisce. In esso è racchiuso l’equilibrio del mondo a cui come guardiani sono preposti i cinque angeli della santità somma (…). Essi vegliano sull’equilibrio del mondo e tu, sconsiderato, tu, granello di sabbia, figlio della polvere, tu una volta lo hai turbato”. Così l’angelo Asael dello scrittore Leo Perutz, nel romanzo Di notte sotto il ponte di Pietra.

Le parole sono potenti. Su di esse si fonda l’equilibrio del mondo, perché ce lo rappresentano e ne determinano la nostra percezione. Oggi più che in ogni altra epoca della storia dell’umanità. Nella civiltà dei mezzi di comunicazione di massa, la parola pronunciata da un solo uomo può raggiungere il mondo intero, e diffondersi nello spazio siderale, nell’istante stesso in cui essa viene pronunciata. Un potere disumano, più prossimo all’onnipotenza di un dio, che non alla finitezza di “un granello di sabbia”. E se in origine era la Parola, ed essa “proferì” il mondo conferendogli consistenza, oggi l’umanità possiede il potere straordinario, e terribile al contempo, di ridefinirlo continuamente, sempre e comunque attraverso la mediazione magmatica delle parole, il “fuoco” sottratto agli dei dagli uomini dell’era tecnologica. È lontana, però, la piena consapevolezza di quanto i moderni mezzi della comunicazione abbiano moltiplicato a dismisura tale potere e la sua influenza sull’evoluzione della società. E senza coscienza non c’è responsabilità, né capacità di difesa.
Allo stesso tempo, il “potere di parola” è fra quelli maggiormente usurpati nel mondo moderno, e ciò rappresenta il principale fattore di rischio per le nostre democrazie. Un pericolo presente soprattutto in quei paesi dove un “mercato senza regole” consente un’elevata concentrazione di mezzi di comunicazione di massa nelle mani di un solo gruppo, o addirittura di un solo uomo. Uno squilibrio che sottrae alla collettività un diritto primario, ma anche gli strumenti principali per l’acquisizione di conoscenze e l’esercizio della democrazia fondati sul “potere di parola”. Una condizione di oppressione sociale, la più grave del nostro tempo, perché imbriglia le coscienze e comprime gli spazi di libero pensiero. È una delle conseguenze del primato del mercato sulla politica, del profitto sulla società.

Se poi l’USURPAZIONE DEL POTERE DI PAROLA è messa al servizio di un progetto politico, il pericolo per la democrazia è certo, e il condizionamento di massa, pianificato e attuato scientificamente attraverso i media, diventa lo strumento per la conquista, il consolidamento e l’esercizio di un potere dispotico. È la più grave e raffinata forma di tirannia del nostro tempo, attuata con “armi” dalla potenza di fuoco inaudita, perché tali diventano i mezzi di comunicazione di massa in mano a una forza eversiva.

È il golpe mediatico, senza colpo ferire, con il paradossale sostegno di una maggioranza finalmente addomesticata, sottomessa e compiaciuta.

Non c’è coscienza democratica in grado di reggere il bombardamento sistematico e protratto delle ARMI DI CONDIZIONAMENTO DI MASSA di un potere dispotico.

L’Italia di Berlusconi rappresenta, in questo senso, il caso più emblematico esistente oggi al mondo.

Il ridente Cavaliere di Arcore è padrone della più grande concentrazione di "armi" di condizionamento di massa esistente oggi sul pianeta. Un potenza di fuoco strepitosa, al servizio di un ampio progetto politico che sta cambiando i connotati del Paese, dopo aver destrutturato la democrazia e la coscienza etica e civile degli italiani. Certo, con il sostegno della stragrande maggioranza dell’elettorato del Paese. Ma è proprio in questo paradosso che risiede la pericolosa forza eversiva del “berlusconismo” e del suo leader carismatico. Sicuramente, negli ultimi cento anni, l’Italia ha conosciuto esperienze eversive drammaticamente più cruenti, come il fascismo e il terrorismo, ma nessuna di queste era mai riuscita a conquistare la “coscienza” del Paese. In entrambi i casi, la reazione degli Italiani fu eroica e decisiva. Oggi nella pratica della vita individuale e sociale il “berlusconismo”, inteso come “sistema di disvalori”, prevale addirittura sugli orientamenti della stessa Chiesa cattolica, un tempo principale riferimento morale e culturale del Paese. Sottolineo questo aspetto solo per evidenziare quanto l’attecchimento del “berlusconismo” fra gli italiani sia così radicato, diffuso ed egemonico rispetto a qualsiasi altra tendenza o fenomeno socio-politico mai conosciuti prima.
Un fenomeno ascrivibile alla fisiopatologia della democrazia italiana, schiacciata da una potenza mediatica unica al mondo, che ha stabilito una soverchiante egemonia economica, politica e culturale nel Paese. Oggi è più facile che a orientare le coscienze degli italiani sia il “ciarpame” mediatico diffuso dall’Homo ridens attraverso i suoi potentissimi mezzi di condizionamento di massa, che non tutta la storia della letteratura italiana, l’attività educativa della scuola, o l’azione pastorale della stessa Conferenza Episcopale Italiana, spettatrice consapevole, quanto inerte e impotente, della deriva etica e civile che sta devastando l’Italia.
Una destrutturazione delle coscienze che favorisce senz’altro la svolta autoritaria in atto, che non pochi osservatori italiani e stranieri esitano a definire “eversiva”.
Qualche osservatore denuncia il pericolo che il prototipo del sistema di potere berlusconiano possa diffondersi anche all’estero. Dopo la mafia e la ‘ndrangheta, potrebbe essere la volta del “berlusconismo”. Una naturale chiusura del cerchio che non fa onore all’Italia, che fu la culla del Rinascimento. Ma il Paese, un tempo faro di umanità e civiltà, ha svenduto la propria anima al “vitello d’oro” della Val Padana.

mercoledì 1 luglio 2009

Delta del Niger: tragedia dei diritti umani


Amnesty International ha dichiarato ieri che "una tragedia dei diritti umani" è in atto nel Delta del Niger. I diritti umani della popolazione vengono violati dalle compagnie petrolifere, che il governo nigeriano non può o non vuole chiamare a rispondere del proprio operato.
"Il Delta del Niger è un nitido esempio di come un governo venga meno agli obblighi nei confronti dei propri cittadini e della totale mancanza di responsabilità di quasi tutte le compagnie multinazionali per l'impatto delle loro attività sui diritti umani" - ha dichiarato Audrey Gaughran, responsabile del settore Imprese e diritti umani di Amnesty International e coautrice del nuovo rapporto "Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger", presentato oggi ad Abuja, la capitale della Nigeria e, in contemporanea per l'Italia, a Bologna.
Il rapporto descrive le fuoriuscite di greggio, il gas flaring (torce di gas), le discariche di rifiuti e gli altri impatti ambientali delle compagnie petrolifere. La maggior parte delle prove sull'inquinamento e sui danni all'ambiente raccolte da Amnesty International e illustrate nel rapporto, riguarda le attività della Shell, la principale compagnia petrolifera che opera nel Delta del Niger. Il rapporto analizza anche le conseguenze sui diritti umani delle attività dell'azienda italiana Eni Spa, che opera in Nigeria attraverso la consociata Nigerian Agip Oil Company (Naoc).
"Le persone che vivono nel Delta del Niger sono costrette a bere, cucinare e lavarsi con acqua inquinata e a mangiare pesce contaminato dal petrolio e da altre tossine, se sono abbastanza fortunate da riuscire ancora a pescarlo. La terra che coltivano si sta distruggendo. Dopo le fuoriuscite di greggio, l'aria puzza di petrolio, gas e altri agenti inquinanti. La popolazione denuncia problemi di respirazione e lesioni cutanee. Nonostante tutto questo, né il governo né le aziende verificano l'impatto umano dell'inquinamento" - ha detto Gaughran.
L'impatto dell'inquinamento sulla popolazione del Delta del Niger è fortemente sottostimato. La maggior parte degli abitanti dipende dall'ambiente naturale per il cibo e altri mezzi di sussistenza, soprattutto dall'agricoltura e dalla pesca.
"Il governo nigeriano è consapevole della minaccia per i diritti umani costituita dall'inquinamento petrolifero, ma non ha preso misure per garantire che quei diritti non venissero colpiti. Nonostante il massiccio inquinamento della terra, dei fiumi e di altri corsi d'acqua e le numerose denunce degli abitanti, non è disponibile praticamente alcun dato governativo sull'impatto dell'inquinamento petrolifero sulla popolazione nel Delta del Niger" - ha proseguito Gaughran.
Secondo Amnesty International, l'azione del governo per regolamentare l'attività delle compagnie petrolifere è ampiamente inadeguata.
"Il governo nigeriano sta venendo meno al suo dovere di rispettare e proteggere i diritti della popolazione del Delta del Niger al cibo, all'acqua, alla salute e all'accesso ai mezzi di sussistenza. Alcune compagnie petrolifere, da parte loro, hanno tratto vantaggio da questo atteggiamento e hanno mostrato un profondo disprezzo per le conseguenze delle proprie attività" - ha continuato Gaughran. Il rapporto di Amnesty International rileva alcuni recenti segnali di miglioramento, come l'istituzione dell'Agenzia nazionale per l'individuazione e il contrasto alle fuoriuscite di petrolio (Nosdra), che pare avere un approccio più deciso ai problemi anche se necessita di maggiori risorse.
"Il governo deve affrontare l'impatto umano dell'inquinamento prodotto dalle compagnie petrolifere e ha il dovere di proteggere i suoi cittadini dalle violazioni dei diritti umani o dalle conseguenze delle attività delle compagnie. Tutto questo non è accaduto" - ha affermato Gaughran.
Amnesty International ha anche accusato il governo nigeriano di aver delegato l'onere di fornire una riparazione per le violazioni dei diritti umani agli stessi responsabili di tali violazioni: le compagnie petrolifere. Di conseguenza, tali riparazioni sono spesso inefficaci.

Il rapporto di Amnesty International non mette sotto accusa solo il governo nigeriano.

"Nonostante la sua pretesa di essere una compagnia responsabile dal punto di vista sociale e ambientale, la Shell continua a recare danno ai diritti umani, attraverso la mancanza di iniziative per impedire in modo efficace e mitigare l'inquinamento e i danni ambientali nel Delta del Niger" - ha precisato Gaughran.
La Shell e altre compagnie non controllano adeguatamente l'impatto sui diritti umani delle proprie attività né si distinguono per trasparenza. Le comunità locali del Delta del Niger non hanno accesso neanche alle informazioni minime sull'impatto dell'industria petrolifera sulle loro vite, persino quando sono le comunità "ospitanti". Questa mancanza d'informazioni alimenta la paura e l'insicurezza, contribuisce a propagare i conflitti e mina alla base il rispetto dei diritti umani.
"Il fatto che un governo non protegga i diritti umani dei suoi cittadini non assolve le compagnie petrolifere, così come il fatto che lo stesso governo non chiami queste ultime a rispondere del proprio operato non rende la Shell, l'Eni e le altre compagnie che operano nel paese libere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Gli standard internazionali non sono una cosa che le compagnie possono scegliere di aggirare: esistono standard internazionali sulle attività delle compagnie petrolifere e sull'impatto sociale e ambientale, di cui le compagnie che operano nel Delta del Niger sono ampiamente informate" - ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, in occasione della presentazione di Bologna.
Il rapporto di Amnesty International sottolinea come i processi di bonifica nel Delta del Niger risultino spesso al di sotto di qualunque buona pratica consolidata. Alcune compagnie impiegano negligentemente personale non qualificato per fermare le fuoriuscite di greggio, col risultato che i terreni e le acque vengono ulteriormente contaminati.
Quasi ogni comunità visitata da Amnesty International ha denunciato che i corsi d'acqua e gli stagni erano stati danneggiati dalle fuoriuscite di greggio o da altre forme d'inquinamento, spesso più di una volta. Le comunità colpite hanno manifestato ad Amnesty International la propria rabbia.
Le stesse comunità locali e i gruppi armati del Delta del Niger contribuiscono a loro volta al problema dell'inquinamento, compiendo atti vandalici negli impianti e rubando il petrolio. Tuttavia, non è chiaro quanto queste azioni incidano sulla situazione complessiva.
"Il governo nigeriano cerca disperatamente di porre termine al conflitto nel Delta del Niger, ma la povertà e i conflitti che continuano a devastare la regione non vedranno la fine sino a quando le cause di fondo, tra cui decenni di danni ambientali e l'impunità per le violazioni dei diritti umani e ambientali, non saranno affrontate e risolte e il governo nigeriano non avrà sufficiente volontà politica e mezzi per confrontarsi con le attività delle compagnie petrolifere che causano massicce violazioni dei diritti umani" - ha concluso Gaughran.

Ulteriori informazioni su Shell ed Eni
Domani, mercoledì 1° luglio, Peter Voser entrerà in carica come nuovo direttore esecutivo della Royal Dutch Shell, ereditando dunque i fallimenti e le cattive pratiche della Shell nel Delta del Niger. Quest'eredità è in larga parte dovuta all'assenza di azioni efficaci della Shell per prevenire e affrontare i danni ambientali e l'inquinamento causati delle sue attività. Amnesty International ha inviato una copia del proprio rapporto a Voser, chiedendogli di inserire tra le massime priorità la bonifica delle conseguenze delle attività della Shell in Nigeria. Amnesty International ha aderito alla richieste provenienti dalle Organizzazioni non governative del Delta del Niger, invitando Voser a "giocare pulito" sull'impatto della Shell sui diritti umani, fornendo le informazioni necessarie e prendendo un impegno pubblico a valutare l'impatto sociale e sui diritti umani delle attività della Shell.
La Sezione Italiana di Amnesty International ha inviato oggi una copia del rapporto anche all'amministratore delegato di Eni Spa, Paolo Scaroni, al quale ha chiesto un incontro per discutere nel dettaglio le conclusioni della sua ricerca e le raccomandazioni rivolte alle compagnie che operano nel Delta del Niger. Tali raccomandazioni saranno sottoposte a Eni anche attraverso una cartolina d'azione che sarà sottoscritta dai sostenitori e attivisti di Amnesty International.
Una copia del rapporto è stata inviata inoltre ai principali interlocutori di Amnesty International nel governo e nel parlamento italiani competenti su questi temi, ai quali l'organizzazione per i diritti umani chiede di adottare una legislazione che imponga alle aziende italiane di prendere tutte le misure necessarie e adeguate per rispettare e tutelare i diritti umani nel corso delle operazioni che conducono all'estero.

Il governo italiano dovrebbe inoltre:
- stabilire un meccanismo di supervisione parlamentare che riceva ed esamini le denunce relative alle attività delle aziende del settore estrattivo;
- assicurare che le vittime di violazioni dei diritti umani causate dalle aziende estrattive italiane possano ricevere una tutela efficace, compresa la possibilità di accedere ai tribunali italiani, nel caso in cui tale possibilità sia negata nel loro paese;
- sostenere il governo della Nigeria nell'istituzione di un organismo indipendente che supervisioni le operazioni estrattive relative a gas e petrolio;
- sostenere il governo della Nigeria perché siano ampliati gli spazi per l'accesso a tutele efficaci per le vittime di violazioni dei diritti umani causate dalle attività delle compagnie estrattive nel Delta del Niger.

ALEX ZANOTELLI - Che cosa vuol dire oggi una società responsabile

Berlusconi, morale e Chiesa cattolica

di Domenico Condito

Nell'articolo pubblicato su "Utopie calabresi", “Berlusconi, il berlusconismo e il declino morale dell’Italia”, avevo indirizzato un attacco alla Conferenza Episcopale Italiana, per la mancata presa di posizione sulle accuse pesantissime mosse al premier Berlusconi nelle ultime settimane. La vicenda alla quale si fa riferimento è emblematica della gravissima crisi morale che attraversa l’Italia, l’ultimo atto di un declino che sta destrutturando la coscienza etica e civile del Paese. Ma questa volta i Vescovi italiani tacciono, colludono colpevolmente con un regime corrotto che nessun altro paese civile sarebbe disposto a tollerare. Eppure, negli ultimi anni, con incedere sempre più fermo e vigoroso, i prelati italiani non avevano mai perso occasione per intervenire nella vita pubblica del nostro Paese. In nome della salvaguardia dei valori morali hanno preso posizione sulla vicenda di Eluana Englaro, hanno preteso interventi a favore della scuola privata, si sono opposti ai Pacs, hanno dato indicazioni per orientare “moralmente” il voto degli italiani, sollecitato modifiche della legge 194, bacchettato i parlamentari d’area cattolica richiamandoli all’ordine. Ma soprattutto hanno rivendicato con forza il diritto di potersi pronunciare su tutte le questioni politiche e sociali che chiamano in causa le grandi scelte etiche. Non sono fra coloro che contestano la legittimità dei loro interventi nella vita pubblica italiana, pur non condividendone spesso gli orientamenti, ma da cattolico m’indigna oggi la loro pericolosa latitanza, il loro senso dell’opportunismo politico, la loro complicità col potere. A rischio sono la credibilità delle Istituzioni e la dignità dell’intero Paese, che fra puttane e puttanieri ha smarrito il senso della propria identità. Una devastazione etica, politica e culturale che nessuno sembra più in grado di arginare.

martedì 30 giugno 2009

Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale


A venticinque anni, nel 1934, Simone Weil scrisse queste Riflessioni, vero talismano che dovrebbe proteggere chiunque è costretto ad attraversare l'immenso ammasso di menzogne che circonda la parola "società". Come sempre nelle parole più ovvie, in essa si cela una realtà segreta e imponente, che agisce su di noi anche là dove nessuno la riconosce. La Weil è stata la prima a dire con perfetta chiarezza che l'uomo si è emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi a un'oppressione ancora più oscura, ancora più capricciosa e incontrollabile: quella esercitata dalla società stessa, poiché "sembra che l'uomo non riesca ad alleggerire il giogo delle necessità naturali senza appesantire nella stessa misura quello dell'oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso". Da questa intuizione centrale si diparte, con cristallina virtù argomentativa, una sequenza di ragionamenti che svelano nei meccanismi del potere come in quelli della produzione e dello scambio altrettanti volti di una stessa idolatria. Scritto quando Hitler era al potere da pochi mesi e quando Stalin era venerato da gran parte dell' intelligencija come "piccolo padre" di una nuova umanità, questo testo non ha un attimo di incertezza nel delineare l'orrore di quel presente. Ma, come sempre nella Weil, lo sguardo è così preciso proprio perché va al di là del presente e percepisce un'immagine inscalfibile del Bene, in rapporto alla quale giudica il mondo. E uno sguardo che ci induce a "sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo". - Adelphi Edizioni