domenica 4 luglio 2010

Immigrati: Eritrei detenuti in Libia, appello dell'Unità al Governo

(ASCA) - Roma, 3 lug - Un appello al Governo italiano per ''fermare il massacro dei prigionieri in Libia'', arriva dalle pagine de ''L'Unita''' che racconta la storia di 250 eritrei, senza cibo ne' acqua. ''Erano sulla rotta di Lampedusa quando sono stati arrestati e portati nel lager di Gheddafi, ammassati in 90 in una stanzetta e picchiati ogni due ore'': il drammatico racconto arriva da don Mussie Zerai, sacerdote e responsabile dell'agenzia Habesha, Ong dedicata all'accoglienza dei migranti africani, che ha riferito al quotidiano l'ultima telefonata avuta con uno degli eritrei rinchiusi nel centro di detenzione di Brak, nella valle dello Shaty, nel Sud della Libia, a circa 75 chilometri da Sebha.
Quando sono arrivati a Sebha, dopo un viaggio di mille chilometri ''hanno ricevuto pochissima acqua e ancora meno cibo, cinque persone nella stanza respirano a fatica, ci sono persone ferite, il cui sangue rende ancora piu' irrespirabile l'aria''. Zerai racconta cosi' quello che a loro volta i rifugiati hanno raccontato a lui. Rifugiati eritrei respinti nel 2009 dalle forze italiane dal Canale di Sicilia in Libia.
E un altro drammatico racconto arriva da Gabriele del Grande, fondatore di ''Fortress Europe'': e' il 30 giugno ''l'esercito libico ha fatto irruzione nel carcere di Misratah all'alba, il giorno dopo la rivolta degli eritrei.
Molti stavano ancora dormendo, li hanno portati via cosi', 300 persone circa e li hanno rinchiusi dentro due camion e un container di ferro. Tutti quelli che hanno lavorato all'accordo tra Italia e Libia dovrebbero riflettere sugli effetti che ha prodotto''. Da queste considerazioni muove anche l'appello del quotidiano: ''ci rivolgiamo ai nostri lettori, serve un'ampia mobilitazione per rompere il silenzio. Per questo vi chiediamo di inviare una mail al ministro dell'Interno Roberto Maroni perche' la legga e la inoltre al resto del Governo''.
Gli eritrei di Brak chiedono, tramite Habesha, ''di essere accolti da un paese democratico in grado di rispettare il diritto dei richiedenti asilo politico e rifugiati''.


L'APPELLO DELL'UNITA'


Ci rivolgiamo ai nostri lettori, serve un’ampia mobilitazione per rompere il silenzio di morte che pesa sui lager libici. Per questo motivo vi chiediamo di inviare una mail alministro dell’Interno Maroni - info@interno.it - perché la legga e la inoltri al resto del governo.
Questo il testo: «Io, (nome e cognome) sono convinto che un Paese civile non possa essere complice di un crimine contro l’umanità. Fermate il massacro dei prigionieri eritrei in Libia»

giovedì 30 luglio 2009

Tragedia umanitaria in Kenya: 3000 persone sgomberate in pieno inverno

La denuncia di Amnesty International.
di Domenico Condito

Immaginate che in una qualsiasi capitale europea, una mattina d’inverno, con un preavviso di sole 72 ore, una popolazione di 3000 abitanti sia costretta a sgomberare il proprio quartiere per la realizzazione di un raccordo stradale; e che il governo responsabile non si preoccupi neanche di fornire alloggi d’emergenza e assistenza umanitaria agli sfollati. La notizia farebbe immediatamente il giro del mondo; nel paese interessato scatterebbe la mobilitazione generale della società civile e i partiti d’opposizione cavalcherebbero la protesta; ferma e decisa giungerebbe la condanna della Comunità internazionale e persino la Santa Sede farebbe sentire la sua voce. Tutti solleciti a richiamare il governo in causa al rispetto dei diritti umani e a prestare soccorso alla popolazione ingiustamente colpita dalla violenza cieca dei “bulldozer”.
Ma una delle più grandi forme di barbarie dell’Occidente è quella di comportarsi come se i diritti umani fossero un privilegio esclusivo della società dell’opulenza e non un patrimonio irrinunciabile dell’umanità. Per cui ciò che risulta essere intollerabile in casa nostra viene accolto nella più generale indifferenza se solo si verifica nella parte povera del mondo, che è considerevolmente la più estesa e sofferente.
È ciò che sta avvenendo in questi giorni. Un comunicato di Amnesty International informa che “la scorsa settimana, con un preavviso di sole 72 ore, i residenti di Githogoro, un insediamento di Nairobi, in Kenya, sono stati costretti a lasciare spazio ai bulldozer. Lo sgombero sarebbe stato eseguito nell'ambito del progetto di un nuovo raccordo stradale, il Northern Bypass”.
Una popolazione di 3000 persone è esposta ora alla pioggia e al freddo invernale.
"Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati sgomberati senza adeguato preavviso o consultazione, durante la peggiore stagione climatica del Kenya" - ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. "Molte famiglie vivevano in quell'insediamento da quasi 50 anni e ora non hanno alternativa se non dormire tra le macerie delle proprie abitazioni".
La distruzione, nel corso dello sgombero, dei servizi igienici comunali ha aumentato il rischio di diffusione di infezioni tra i residenti.
"Le autorità del Kenya hanno il dovere di prendersi cura dei propri cittadini e devono garantire che le vittime di questo sgombero forzato abbiano accesso a un alloggio, all'acqua potabile e ad altri servizi essenziali. Il governo sta venendo meno ai propri obblighi rispetto alla normativa internazionale sugli sgomberi. Fino a quando sarà inadempiente, chiediamo che non proceda ad alcun altro sgombero forzato" - ha proseguito Khan.
Riferisce Amnesty International che “gli sgomberi forzati su vasta scala, eseguiti con modalità in contrasto con gli standard del diritto internazionale, sono una routine in Kenya, sin dalla nascita del primo insediamento abitativo precario. In un rapporto pubblicato a giugno, Amnesty International ha denunciato che fino a 127.000 abitanti di Nairobi rischiano di vedere demolite le proprie abitazioni a causa del progetto governativo di bonifica delle rive dell'omonimo fiume, che scorre nella capitale. Due milioni di persone, metà della popolazione di Nairobi, vivono in insediamenti abitativi precari”.
Nell'ambito della sua campagna globale "Io pretendo dignità", lanciata il 28 maggio 2009, Amnesty International chiede a tutti i governi di prendere ogni misura necessaria per proibire e impedire gli sgomberi forzati, tra cui l'emanazione di leggi e direttive in linea con gli standard del diritto internazionale.
Naturalmente i mezzi di comunicazione di massa non hanno dato grande risalto a questa tragedia umanitaria, non c’è stata alcuna mobilitazione generale della cosiddetta “società civile”, né è arrivata la condanna della Comunità internazionale. E la Santa Sede? Era impegnata a informarci, con dovizia di particolari, dell’infortunio occorso al Santo Padre durante la sua vacanza in Valle d’Aosta.
L’Occidente, dal ventre colmo d’impudicizia, ignora colpevolmente i derelitti del mondo e le loro tragedie. È più attento a “proteggere” il proprio benessere, responsabile in ampia parte della sofferenza dei poveri del pianeta. Ma nell’umanità globalizzata, scrive Milan Kundera, “non c’è possibilità di fuga, in nessun posto e per nessuno”. Qualunque cosa accada in un luogo avrà ricadute sul resto del mondo. Niente e nessuno sono più al sicuro, tanto meno la sfacciata opulenza dell’Occidente, alla quale presto o tardi le vittime dell’immane ingiustizia “globale” presenteranno il conto.

mercoledì 29 luglio 2009

Migliaia di civili somali in fuga attraverso il Golfo di Aden

Il viaggio è molto pericoloso e si rischia la vita. Finora quest'anno si contano circa 300 morti o dispersi.


Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), gli scontri in atto a Mogadiscio e in Somalia centrale stanno costringendo migliaia di civili somali a rischiare la loro vita per attraversare il Golfo di Aden e cercare asilo in Yemen.
Dallo scorso 7 maggio circa 12.000 persone hanno raggiunto e trovato rifugio temporaneo nella città di Bossaso, nella Somalia settentrionale. La maggior parte di loro sta aspettando la prima occasione offerta dagli scafisti per affrontare il pericoloso viaggio attraverso il golfo. Questi sfollati fanno parte di un gruppo di circa 232.000 somali costretti a lasciare le loro case dal 7 maggio, quando in diversi quartieri della capitale somala sono divampati gli scontri tra i gruppi miliziani di Al-Shabaab e Hisb-ul-Islam e le forze governative.
Secondo quanto riferito dai partner dell’UNHCR a Bossaso, le aree dove si stabiliscono generalmente i potenziali migranti stanno diventando sempre più affollate e gli scafisti starebbero già ricevendo le prenotazioni e il denaro dai somali che vogliono recarsi in Yemen. Poiché il mare è già molto pericoloso a causa delle condizioni atmosferiche, è probabile che la maggior parte delle persone rimanga accampata a Bossaso e aspetti fino a settembre, quando i venti saranno più favorevoli.
Nel 2008 oltre 50.000 persone hanno raggiunto le coste dello Yemen – con un incremento del 70% rispetto al 2007. Questo trend è proseguito anche durante i primi sei mesi del 2009 con circa 30.000 nuovi arrivi – pari alla cifra totale del 2007. Il viaggio è molto pericoloso. Oltre 1.000 persone sono affogate nel 2008 perché gettate in mare o costrette a sbarcare troppo lontano dalla riva da scafisti senza scrupoli. Finora quest’anno sono circa 300 i morti o dispersi.
Il fenomeno dei viaggi della speranza aumenta il peso che grava sulle limitate risorse dello Yemen e pone ulteriori sfide al governo che cerca di conciliare i doveri posti dal diritto internazionale con la necessità di proteggere il paese dall’immigrazione illegale.
Quando i nuovi arrivati toccano le coste Yemenite, i partner dell’UNHCR li prelevano e li portano in uno dei centri di accoglienza dove vengono registrati e viene data loro assistenza di base, come cibo, alloggio, assistenza medica e supporto per 2-3 giorni, finché non si riprendono dal viaggio.
Il governo yemenita riconosce i somali come rifugiati prima facie. Ai rifugiati somali viene proposto di alloggiare nel campo di Kharaz, nel governatorato di Lahj, a circa due ore di guida a ovest di Aden. A Kharaz ricevono protezione legale e fisica e assistenza. Nel campo vivono circa 13.000 rifugiati, per lo più somali, ed è quasi del tutto gestito dall’UNHCR in cooperazione con altre agenzie ONU e con ONG locali e internazionali. Oltre alla popolazione del campo, ci sono decine di migliaia di rifugiati che hanno deciso di stabilirsi in aree urbane in tutto il Paese.

Fonte: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

martedì 28 luglio 2009

La prostituta Patrizia D'Addario rivela: "Berlusconi mi ha offerto una candidatura al Parlamento europeo"

La dichiarazione nell'intervista al settimanale francese Journal du Dimanche.
In uscita un libro della D'Addario.

Clamoroso! Il giornale portoghese Correio da Manhã riferisce dell’intervista rilasciata dalla prostituita Patrizia D’Addario al settimanale francese Journal du Dimanche. Nell’intervista la D’Addario ha dichiarato che, al termine d’una notte trascorsa con il presidente Berlusconi, questi le avrebbe offerto una candidatura al Parlamento europeo. La stessa ha rivelato d’aver rifiutato l’offerta, e che il premier le avrebbe promesso un aiuto a risolvere un problema relativo a una licenza edilizia. Promessa quest’ultima che, secondo la D’Addario, Berlusconi non avrebbe mantenuto.
Sempre nell’intervista al settimanale francese, la prostituta italiana ha dichiarato d'aver dismesso l’attività che l’ha resa famosa nel mondo, e che sta già lavorando alla stesura di un libro per raccontare tutto ciò che è intercorso fra lei e il presidente Berlusconi.

Forse che la D’Addario riuscirà nell’impresa dove i partiti dell’opposizione hanno miseramente fallito?

mercoledì 22 luglio 2009

C’era una volta “l’orgoglio italiano”, poi arrivò Silvio Berlusconi

Il premier italiano oggi all'inaugurazione del cantiere della Brebemi: "Qui ci sono tante belle figliole. Io non sono un santo, lo avete capito tutti: speriamo lo capiscano anche gli amici di Repubblica".
di Domenico Condito

Scriveva Corrado Alvaro che “non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù”. Può anche essere allora che il presidente Berlusconi, anche dopo l’ammissione di oggi, non perda il consenso della maggioranza degli italiani e continui a governare allegramente un paese ormai privo di senso etico e civile. Ma che egli possa rappresentare l’Italia all’Estero con onore è ormai una prospettiva priva di qualsiasi fondamento, e questo è certamente un grande danno per il paese. Ascoltatelo mentre spiega il G8 alla prostituta di turno, e poi chiedetevi cosa sia rimasto oggi dell’orgoglio italiano. Nel resto del Mondo la delegittimazione morale del premier "italico" è assoluta. Basta scorrere i giornali stranieri sul web, o fare un po’ di zapping sul satellite per rendersene conto. Eppure le parole pronunciate oggi dal premier all’inaugurazione della Brebemi hanno suscitato l’ilarità compiaciuta dei presenti. Fra quest’ultimi il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Particolarmente sboccata la sua risata, impietosamente sottolineata dalle telecamere. La triste metafora di un paese involgarito, un tempo a maggioranza cattolica, che ha svenduto fede, onore e dignità al “vitello d’oro” della Val Padana.

"UTOPIE DEL MONDO" RIPARTE

Nei giorni scorsi avevo comunicato la mia decisione di porre fine all’esperienza di Utopie del Mondo e dell’altro blog più longevo a esso correlato, Utopie calabresi. I motivi erano diversi e non tutti esplicitabili in questo spazio. Fra questi sicuramente la difficoltà di conciliare l’attività di blogger, diventata sempre più impegnativa, con il lavoro (dirigo una comunità di accoglienza residenziale per disabili), lo studio (vorrei portare a compimento gli studi di medicina), le mie ricerche storiche e, soprattutto, la famiglia, un progetto quest’ultimo “in pieno corso d’opera” e che voglio porre al centro della mia vita… Relativamente al blog calabro, registravo inoltre la difficoltà di “interagire” con la realtà calabrese, nonostante la mole e la qualità del lavoro fin qui svolto… Era stata una decisione ponderata e difficile, il risultato di una “crisi” profonda e sofferta.
In tanti mi hanno contattato per invitarmi a recedere. Emails, telefonate e qualche commento sui blog mi sono giunti da diversi Paesi (Brasile, Italia, Portogallo, Spagna). Addirittura la blogger portoghese Susete Evaristo ha dedicato un post alla chiusura di Utopie Calabresi e Utopie del Mondo, definendoli “blogues de referência da cultura Italiana e Portuguesa, lidos em todo o Mundo”. D’altronde, era stata proprio Susete a informarmi tempo addietro dell’attenzione riservata alla mia attività di blogger da Miguel Urbano Rodrigues, giornalista, scrittore, politico, uno dei principali riferimenti del Socialismo europeo.
Tutto ciò non era previsto e non poteva lasciarmi indifferente. Ho deciso pertanto di riprendere il cammino, ma con la “riserva” di verificare la sostenibilità dell’impresa, magari procedendo con un ritmo meno serrato più compatibile con le responsabilità e le esigenze della vita “reale”…
Nel frattempo, ringrazio di cuore tutti coloro che in questi giorni di silenzio mi hanno raggiunto con le loro preziose attestazioni di stima e amicizia. Un grande abbraccio a tutti loro!

Agora vamos continuar a luta!

Domenico Condito

sabato 18 luglio 2009

L'ultimo post di "Utopie del Mondo"


Utopie del Mondo
chiude,
seguendo le sorti di
Utopie Calabresi.
Ragioni d’ordine superiore
impongono una scelta dolorosa ma giusta.
Il lavoro appena cominciato rimarrà in questo spazio
a testimonianza di un sogno,
che forse un giorno rivivrà
in altri luoghi,
sotto altre forme.
Le “utopie” non muoiono mai…
Un ultimo post per salutare e ringraziare
coloro che mi hanno seguito e sostenuto
in questo breve percorso.

GRAZIE!

Domenico Condito

giovedì 16 luglio 2009

L’Italia viola i diritti umani e le norme internazionali con la complicità della Libia

L’accusa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il monito della Comunità Europea.
di Domenico Condito

In una nazione in cui l’approvazione delle “leggi razziali” viene spacciata per un provvedimento a favore della sicurezza dei cittadini, può succedere che il governo venga accusato di violare i diritti umani con la complicità di un paese straniero, senza che ciò susciti l’indignazione generale della società civile; e che la negazione della dignità umana, la più grande ignominia dell’era moderna, non venga più riconosciuta come tale. Succede quando la barbarie oscura la coscienza di un popolo, fino a rendersi irriconoscibile, mentre ne distrugge in profondità la capacità di discernimento. E’ il preludio delle più grandi catastrofi della storia, ciò che può trasformare un grande popolo in un mostro d’abiezione. È già successo nel cuore dell’Europa cristiana. Nella Germania di Hitler, come nell’Italia fascista, dove furono in tanti, troppi, a sostenere i crimini più orrendi contro l’umanità, le perversioni più atroci di regimi dispotici e sanguinari.
Essere all’inferno, far parte dell’orrore e non riconoscerlo. Credo che l’Italia sia già precipitata in questo girone dell’oblio, della non-conoscenza, dell’annichilimento etico e civile.
Gli indicatori dominanti di questo morbo oscuro della coscienza collettiva sono la negazione dei diritti universali, l’annullamento della dignità umana, il disprezzo della vita dei propri simili. Sono i disvalori che hanno ispirato le “leggi razziali” approvate di recente dal Parlamento italiano con l’intento di “cancellare” il problema dell’immigrazione clandestina. La sottocultura di una politica xenofoba responsabile della gravissima violazione dei diritti umani e delle leggi internazionali attuata oggi con la complicità del governo libico, riconosciuto come uno dei regimi più detestabili esistenti oggi al mondo.
L’accusa gravissima è dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che, leggiamo in una nota ufficiale, “in Libia ha svolto dei colloqui con le 82 persone che erano state intercettate mercoledì 1 luglio dalla Marina Militare italiana a circa 30 miglia da Lampedusa e trasferite poi su una motovedetta libica per essere ricondotte in Libia. In base a quanto riportato durante i colloqui, non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte né tantomeno le motivazioni che le hanno spinto a fuggire dai propri paesi”.
“Una volta in Libia – continua il comunicato - il gruppo è stato smistato in centri di detenzione dove l’UNHCR ha avuto l’opportunità di svolgere gli incontri. Fra di loro vi sono 76 cittadini eritrei, di cui 9 donne e almeno 6 bambini. Sulla base delle valutazioni dell’UNHCR relative alla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, appare chiaro che un numero significativo di esse risulta essere bisognoso di protezione internazionale”.
“Nel corso dei colloqui – si legge ancora nella nota - l’UNHCR ha raccolto testimonianze riguardo l’uso della forza da parte dei militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. In base a queste testimonianze sei eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche in seguito ai maltrattamenti. Inoltre, gli stessi individui affermano che i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza, sarebbero stati confiscati dai militari italiani durante le operazioni e non più riconsegnati. Le persone ascoltate dall’UNHCR hanno riferito di aver trascorso quattro giorni in mare prima di essere intercettate e di non aver ricevuto cibo dai militari durante l’operazione durata circa 12 ore”.
La gravità di quanto accertato ha indotto l’UNHCR a inviare una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti sul trattamento riservato alle persone respinte in Libia. L’Alto Commissariato ha richiesto inoltre il rispetto della normativa internazionale da parte delle autorità italiane.
“Negli anni passati – dichiara l’UNHCR - l’Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo, fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall’inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia, nel tentativo di raggiungere l’Italia. L’UNHCR ha espresso forte preoccupazione sull’impatto di questa nuova politica che, in assenza di adeguate garanzie, impedisce l’accesso all’asilo e mina il principio internazionale del non-respingimento (non-refoulement)".
Anche la Commissione europea ha chiesto all'Italia chiarimenti sui respingimenti, e da Bruxelles arriva il monito del vicepresidente Jacques Barrot: “vanno rispettate non solo le norme Ue, ma anche quelle internazionali". Anche perché, ha specificato il suo portavoce, "il principio del non respingimento è scritto nel diritto internazionale. Non si possono respingere persone in Paesi dove rischiano di essere torturate o maltrattate".
“La nuova pratica del respingimento - ha affermato Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto commissariato Onu, "mette in seria discussione il diritto di asilo" e l'Italia che è sempre stata "in prima fila nel salvare vite umane" oggi viene meno al suo ruolo.
Ce n’è abbastanza per sostenere che l’attuale governo italiano è responsabile del grave declino della cultura dei diritti umani nel nostro paese, al punto da meritare il biasimo e il richiamo della Comunità internazionale. Una prospettiva inimmaginabile fino a pochi anni fa, una condizione che non è degna di un paese civile. Ma la “civiltà” non è fra le priorità del governo italiano, a cui stanno più a cuore le vicende giudiziarie del premier che non le sorti degli esseri umani “respinti” verso l’orrore, la fame, la tortura, la morte.
L’Italia, un tempo faro di umanità e solidarietà, diventa così l’ignominia d’Europa, la notte fonda dei diritti umani in Occidente, uno "sputo in faccia" ai poveri del mondo.

mercoledì 15 luglio 2009

Z.Bauman, Modus vivendi. Inferno e Utopia del mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2007

Recensione di Severo Cardone
RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM

Oscar Wilde scrisse che “una carta geografica del mondo che non comprenda Utopia non merita neanche uno sguardo, giacchè lascia fuori l’unico paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando l’umanità vi arriva guarda altrove, e scorgendo un paese migliore, alza le vele e riparte. Il progresso è la realizzazione delle Utopie”. Lo stesso Italo Calvino, nelle “Città Invisibili”, attraverso le parole che Marco Polo rivolge al Gran Kan, ci fornisce una delle definizioni più calzanti sul fine “prefigurativo” e “progettuale” che caratterizza il pensiero utopico: “se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”. E’ facile scorgere tra queste parole una visione dell’Utopia come “viaggio senza fine”, che ha consentito all’uomo della modernità di esplorare e colonizzare il futuro, rendendolo più prevedibile e meno rischioso, proiettandosi verso luoghi e mondi sempre nuovi e diversi. Per realizzare questa finalità l’Utopia si è sempre mossa all’interno di una duplice dimensione: progettuale, il viaggio “ideale” che, partendo dall’osservazione critica della realtà esistente, deve condurre l’uomo a prefigurare mondi migliori, terre “inesplorate” perché visitate dal suo pensiero ma non ancora scoperte; trasformativa, il viaggio “concreto” che deve consentirgli di raggiungere le mete prefigurate, consentendo alla “teoria” progettuale di tradursi in “prassi” operativa finalizzata al cambiamento della realtà.
Nel suo ultimo lavoro Zygmunt Bauman (nella foto in alto) prende spunto da un suo saggio, presentato nel 2005 con il titolo “Living in Utopia”, per descriverci come alcuni “orientamenti” caratterizzanti la transizione dalla modernità solida a quella liquida – l’affermazione dell’era dell’incertezza e dell’insicurezza, la liquefazione dei legami sociali, la precarietà del lavoro, la paura sociale, il processo di individualizzazione della società - siano così interconnessi e pervasivi a livello globale da condizionare e modificare non solo il “modus vivendi” degli abitanti della “post-modernità”, ma anche le finalità e il significato del sogno utopistico che ha caratterizzato la modernità.
Affrontare il tema dell’Utopia significa, pertanto, ripercorrere inevitabilmente la storia del progresso e dell’uomo moderno, dei suoi sogni e dei suoi successi ma anche delle sue illusioni e dei suoi fallimenti. Vuol dire “testare” lo stato di salute di quel “motore ideale” che ha spinto l’uomo e la sua ragione a oltrepassare continuamente i propri limiti e le proprie certezze nel tentativo di immaginare il possibile cambiamento dell’esistente e raggiungere mondi migliori di quelli che viveva, o che probabilmente gli sembravano più affidabili e sicuri.
Se l’atteggiamento dell’uomo premoderno era simile a quello di un “guardacaccia”, orientato a “fare meno danni possibili” per preservare l’equilibrio naturale e divino del mondo dall’ingerenza umana, con l’avvento della modernità e la convinzione che il mondo non stesse funzionando a dovere, il guardacaccia ha deciso di indossare i panni del “giardiniere” sempre pronto a “curare” il mondo dai suoi mali, “potando” i rami secchi, estirpando le erbacce e annaffiando quelle piante che, secondo il suo modo di ragionare, gli sembravano in grado di abbellire e migliorare il mondo.
Bauman partendo dalla considerazione che le utopie sono nate con l’avvento della modernità e solo nella modernità, con le sue contraddizioni, hanno potuto sopravvivere, considera “i giardinieri i più appassionati ed esperti fabbricanti di utopie” della storia, ma ritiene anche che il progresso è stato una “caccia” alle moderne utopie e non la loro realizzazione, più una fuga per allontanarsi “dal meno bello del previsto”, da utopie fallimentari, che realizzazioni di quei mondi “perfetti” che l’uomo ha sempre sognato e che lo hanno spinto a “sedersi al tavolo da disegno” della modernità.
Tuttavia l’incertezza e l’insicurezza “endemiche” che forgiano la “modernità liquida” e che orientano costantemente le scelte di vita dei suoi abitanti, sembrano aver trasformato il “pensiero utopico” della modernità, in grado di dilatare le maglie strette della realtà, in un “pensiero adattivo”, rigido e dogmatico, che accettando l’imprevedibilità, il rischio e la paura come nuovi paradigmi o “certezze” esistenziali, sembra aver smarrito definitivamente la sua peculiare capacità di trasformazione dell’esistente. Una visione della realtà così claustrofobica, capace di intrappolare lo slancio utopistico nelle “sabbie mobili” della quotidianità e del pensiero omologante, non è in grado di consentire allo stesso di “traghettare” l’umanità verso orizzonti migliori di quelli attuali, ma semplicemente di garantire al singolo individuo di non annegare nella fluidità e quindi di sopravvivere.
Nella “modernità fluida”, il termine Utopia sembra aver cancellato la sua accezione positiva di eutopia, di “buon luogo”, di orizzonte del “non ancora” verso cui l’umanità deve volgere con costanza il proprio sguardo critico, progettuale e trasformativo, per accettare silenziosamente la sua dimensione più oscura e negativa di outopia, di luogo chimerico, irraggiungibile, di “luogo che non c’è”. Ed ecco che il “giardiniere” si è trasformato in “cacciatore” di prede, pronto a uccidere per diletto o per svago, ad indossare vestiti “mimetici” e “maschere” sempre alla moda pur di allontanare dalla propria vita ogni preoccupazione, ogni responsabilità e ogni coinvolgimento emotivo. La meta di quest’utopia “individualizzata”, non è spazialmente e temporalmente distante e né rivoluzionaria, non conferisce nessun senso o significato “comunitario” al percorso esistenziale, si tratta di una versione “privatizzata”, meramente “funzionale” a quella forma di darwinismo sociale che regola la moderna “società degli individui”.“Vivere un’utopia anziché vivere in direzione di un’utopia” potrebbe essere il motto propagandistico dei “cacciatori” della post-modernità. Vivere da protagonisti un’utopia immortale e senza fine, in grado di distrarre l’individuo dalle sue paure e infelicità quotidiane, così adrenalinica, accattivante e narcotizzante da impedirgli ogni possibile riflessione esistenziale.
Siamo di fronte alla fine dell’utopia?
Secondo Bauman il quesito presenta una duplice risposta: affermativa, se paragoniamo l’utopia dei cacciatori alle nobili finalità “comunitarie” delle teorie utopistiche dei giardinieri; negativa, se la “nuova” versione “privatizzata” dell’utopia non intende prefigurare nessun mondo migliore, nessuna meta comune, ma solo una soluzione a problematiche “individuali” in grado di rendere “l’incertezza meno terribile e la felicità più permanente”. Se, infatti, nella modernità dei “giardinieri” l’utopia ha rappresentato sia il “sestante” indispensabile per tracciare nuove rotte e sia la “nave” insostituibile mezzo di trasporto per solcare i mari ignoti e approdare verso mondi inesplorati; nella “modernità liquida” il giardiniere ha deposto gli arnesi da lavoro rinunciando al sogno “collettivo” di raggiungere un mondo perfetto, per orientare il suo sguardo e i suoi sforzi verso un obiettivo meno ambizioso e meno orientato al futuro, più “individuale” e “pratico”: consentire al “cacciatore” di sopravvivere nel “presente”, di “rimanere a galla”, evitando le continue e imprevedibili tempeste che lo circondano quotidianamente.
E’ difficile valutare se la terra in cui siamo approdati sia più vicina alla repubblica di Utopia o a Enoch, alla Città del Sole o forse a Babilonia e se quindi la modernità dei “cacciatori” sia più o meno simile all’”inferno dei viventi” descritto da Calvino nelle ultime pagine delle “Città Invisibili”. Tra i tanti dilemmi di cui sembra circondarsi la post-modernità, emerge chiara una certezza: saranno in molti ad “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”, come, per chi cercherà di “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, sarà molto dura resistere al potere pervasivo e persuasivo della “liquidità”, ma forse l’utopia del futuro consisterà propria in questa ricerca, prefigurando nuovi possibili scenari sempre più “solidi” e “stabili”.

domenica 12 luglio 2009

La barbarie iraniana: eseguite altre tre impiccagioni

Oggi, nella città di Arak, situata nella regione centrale dell’Iran, sono state eseguite tre condanne a morte per impiccagione. Due dei condannati erano stati riconosciuti colpevoli di traffico di ingenti quantitativi di oppio, e il terzo di 1,5 chilogrammi di eroina. L’esecuzione è avvenuta in pubblico, come avviene solitamente in quel paese. Solo lo scorso 4 luglio altri venti persone, anch’esse condannate per traffico di droga, erano state impiccate in una sola mattinata nel penitenziario Rajai Shahr, nella localita' di Karaj, ad una cinquantina di chilometri a ovest di Teheran.
Secondo Amnesty International sono 346 le esecuzioni capitali avvenute lo scorso anno in Iran.

Fermiamo la barbarie

"La secessione del Nord Italia rimane l'obiettivo principale della Lega"

di Domenico Condito

Il progetto di secessione delle regioni settentrionali rimane, a mio avviso, l’obiettivo a lungo termine della Lega Nord, nonostante le ritrattazioni ufficiali degli ultimi anni. Il disegno di smembramento dell’unità nazionale è stato accantonato solo apparentemente per puro calcolo strategico. In realtà, si vanno gettando le basi per creare uno Stato nello Stato, che prima o poi potrebbe cedere alla tentazione di realizzare il grande strappo.
"Dopo il federalismo, vogliamo giudici padani per una giustizia padana", ha detto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, alla festa del Carroccio di Trescore Cremasco (Cremona).
"A casa nostra comandiamo noi, poi possiamo aiutare gli altri. Grazie al federalismo fiscale, niente sarà come prima", ha aggiunto.
"I nostri futuri obiettivi - ha ribadito Bossi - sono la scuola e la magistratura padane. Basta giudici nominati da Roma".
Fisco, scuola, magistratura e… ronde padane! Si possono ancora nutrire dubbi sulle intenzioni reali della Lega Nord e del volgar Senatur Padano?

sabato 11 luglio 2009

Lega Nord, la volgarità al potere

Ovvero, il declino della “civiltà italiana”.
di Domenico Condito

L’Italia vive come in esilio, lontano dal suo vero “luogo”, dove la civiltà del Rinascimento aveva indicato al mondo l’orizzonte della modernità. Un paese ormai inconoscibile, scriverebbe ancora Anna Maria Ortese, in cui la degradazione è la dea del momento. Un patrimonio millenario di convenzioni e memoria delle convenzioni, di lingua e linguaggio del passato, mandato al macero, immolato alla dea della separazione, del distacco, dell’inconoscibilità.
Viviamo ormai in un paese estraneo, senza averne neppure la consapevolezza. Un po’ per mancanza di senso critico; forse anche per la grandezza della catastrofe. È il declino della “civiltà italiana”, e “ogni civiltà stremata – scriveva E. M. Cioran – aspetta il suo barbaro, e ogni barbaro aspetta il suo demone”. Ed eccoli i nuovi barbari, giunti dal profondo nord, fare razzia di memoria, simboli, identità, i “luoghi dell’anima” sui quali avevamo costruito nei secoli il senso fondante d’una identità comune.
La Lega Nord è tutto questo. Il disprezzo dell’italianità, l’orrore della memoria nazionale, la disgregazione del paese sono le ragioni fondanti della sua storia politica. E la secessione geografica, solo momentaneamente accantonata per puro calcolo strategico, è perseguita in realtà attraverso un’ampia e sistematica destrutturazione dei “simboli” comuni. Primi fra tutti, la lingua e il linguaggio. Scriveva Anna Maria Ortese: “Lingua e linguaggio; e memoria di lingua e linguaggio del passato; e degli affetti, i pensieri, i dolori delle passate generazioni, altro non sono lo sappiamo, che identità di nazione. Dunque libertà nazionale. E comincia con l’imposizione di un linguaggio, oppure, al contrario, con la distruzione sistematica del linguaggio originale di un paese – su cui si voglia agire in profondità; comincia con questa aratura imponente del suolo umano qualsiasi seria operazione di colonizzazione”.
In Italia si parlava una lingua alta. Il pensiero che in essa è nato ha aperto l’era moderna, e ad esso il mondo occidentale deve lo stesso concetto di “civiltà”. L’irruzione della Lega Nord sulla scena nazionale ne ha distrutto la grammatica, frammentato la sintassi, disperso il pensiero; i barbari, appunto, la tardiva progenie dell’oscurantismo medievale in Val Padana. E la distruzione e la disintegrazione della sintassi di un popolo ne segnano inevitabilmente il declino, la ricollocazione in una dimensione primigenia, l’esilio dalla modernità.
Il dileggio del tricolore, l’esposizione minacciosa del cappio in Parlamento, le invettive sprezzanti contro gli extracomunitari, la minaccia del ricorso ai fucili per la risoluzione delle controversie politiche, fino all’ultima pietosa esternazione canora del leghista Matteo Salvini contro i napoletani, sono tutte cadute del linguaggio a livello di gergo, intimidazione, beffa, cinismo. Degradazione della forma, ma anche naufragio del pensiero. Il tradimento di quell’idea di “civilta” alla quale abbiamo ancorato la nostra storia, ma dalla quale oggi siamo irrimediabilmente esclusi dalla barbarie leghista, volgarità al potere.